PARLANO DI NOI:

Alessio Da Ronch
GENOVA «I bambini ci guardano e ci imitano, io voglio che
ogni giorno, giocando, ringrazino Dio e non che pensino a dare uno
schiaffo o ad aggredire l' arbitro».
Gleison Santos non è soltanto un
difensore del Genoa, è una sorta di guida spirituale. Ogni lunedì a casa
sua riunisce un gruppo di amici con le famiglie. «Io - racconta - non devo
convertire nessuno. Spesso suono la chitarra, mentre mia moglie canta,
sempre ci raccontiamo esperienze e vediamo insieme come affrontare i
problemi, guardando cosa dice la parola di Gesù» A casa sua, ad Arenzano,
arrivano gli altri brasiliani del Genoa,
Rubinho, Danilo,
Fabiano, Wilson.
E non solo. Da Montecarlo, giungono anche Adriano, Nenè, Fabio Santos, giocatori del Monaco. Due mesi fa sono apparsi
Legrottaglie,
Guzman e
Vidigal, Atleti di Dio. «Io - spiega Santos - sono protestante, appartengo
all' Assemblea di Dio missionaria, Danilo e Fabiano sono cattolici. Non ci
sono divisioni, cerchiamo di trasmetterci delle cose. Cerco solo di dare
agli altri l' opportunità di fare una scelta come la mia. Dio non entra
nel tuo cuore se tu non lo vuoi. La porta di casa mia è aperta a tutti,
non solo ai brasiliani ». Ispirato Cosa significhi tutto questo lo
rivelano alcuni episodi. Rubinho racconta di essere cambiato profondamente
nel giorno in cui ha conosciuto Dio: «Ero un ragazzo difficile, sempre
pronto ad entrare in una rissa, ora ho un sorriso per tutti». Santos ha
vissuto un' esperienza simile: «Non ho mai fatto una rissa in vita mia, ma
spesso ero mal disposto con la gente, rispondevo male. Ora so una cosa con
certezza: quando smetterò di giocare potrò guardare tutti negli occhi,
sapendo che mi considereranno una brava persona. L' esempio è
Kakà, un
ragazzo pulito». Rispetto In campo non ci sono differenze. «Giochiamo come
tutti gli altri. Un giorno ho fatto un fallaccio su Ibrahimovic,
colpendolo al ginocchio che già lo tormentava. Gli ho chiesto scusa. Lui
mi ha detto: se proprio devi, colpiscimi l' altro, ma io ho sorriso e l'
ho rassicurato: se posso, ho risposto, non ti colpisco per nulla. I
compagni e gli avversari capiscono che siamo diversi, a volte ci chiedono
cose, ma soprattutto ci rispettano. In fondo cerchiamo solo di trasmettere
un messaggio: il calcio non è solo auto, soldi e belle donne, ma qualcosa
in più».