PARLANO DI NOI: 


(3 Maggio 2008)

GLI ATLETI DI DIO:
Legrottaglie va a pregare a casa Santos

Il difensore del Genoa riunisce molti giocatori: «Il calcio non è solo soldi, auto e belle donne»

Alessio Da Ronch

GENOVA «I bambini ci guardano e ci imitano, io voglio che ogni giorno, giocando, ringrazino Dio e non che pensino a dare uno schiaffo o ad aggredire l' arbitro». Gleison Santos non è soltanto un difensore del Genoa, è una sorta di guida spirituale. Ogni lunedì a casa sua riunisce un gruppo di amici con le famiglie. «Io - racconta - non devo convertire nessuno. Spesso suono la chitarra, mentre mia moglie canta, sempre ci raccontiamo esperienze e vediamo insieme come affrontare i problemi, guardando cosa dice la parola di Gesù» A casa sua, ad Arenzano, arrivano gli altri brasiliani del Genoa, Rubinho, Danilo, Fabiano, Wilson. E non solo. Da Montecarlo, giungono anche Adriano, Nenè, Fabio Santos, giocatori del Monaco. Due mesi fa sono apparsi Legrottaglie, Guzman e Vidigal, Atleti di Dio. «Io - spiega Santos - sono protestante, appartengo all' Assemblea di Dio missionaria, Danilo e Fabiano sono cattolici. Non ci sono divisioni, cerchiamo di trasmetterci delle cose. Cerco solo di dare agli altri l' opportunità di fare una scelta come la mia. Dio non entra nel tuo cuore se tu non lo vuoi. La porta di casa mia è aperta a tutti, non solo ai brasiliani ». Ispirato Cosa significhi tutto questo lo rivelano alcuni episodi. Rubinho racconta di essere cambiato profondamente nel giorno in cui ha conosciuto Dio: «Ero un ragazzo difficile, sempre pronto ad entrare in una rissa, ora ho un sorriso per tutti». Santos ha vissuto un' esperienza simile: «Non ho mai fatto una rissa in vita mia, ma spesso ero mal disposto con la gente, rispondevo male. Ora so una cosa con certezza: quando smetterò di giocare potrò guardare tutti negli occhi, sapendo che mi considereranno una brava persona. L' esempio è Kakà, un ragazzo pulito». Rispetto In campo non ci sono differenze. «Giochiamo come tutti gli altri. Un giorno ho fatto un fallaccio su Ibrahimovic, colpendolo al ginocchio che già lo tormentava. Gli ho chiesto scusa. Lui mi ha detto: se proprio devi, colpiscimi l' altro, ma io ho sorriso e l' ho rassicurato: se posso, ho risposto, non ti colpisco per nulla. I compagni e gli avversari capiscono che siamo diversi, a volte ci chiedono cose, ma soprattutto ci rispettano. In fondo cerchiamo solo di trasmettere un messaggio: il calcio non è solo auto, soldi e belle donne, ma qualcosa in più».