PARLANO DI NOI:

Il nuovo Legrottaglie «Rinato come la Juve»
Massimiliano Castellani
«Abbiamo
tutti lo stesso Dio, lo serviamo soltanto in modi diversi. E diverse sono le
religioni, ma tutte contengono delle verità...».
Parola del re del pugilato Muhammad Ali, concetti più o meno identici espressi
dal "duca"
Nicola
Legrottaglie, professione: centrale
difensivo della Juventus. Alla vigilia di un Napoli-Juve che per i bianconeri
vale la corsa sul treno-scudetto, con Legrottaglie si parla molto di «fuoriclasse»
che non sono di questa terra. Terrene, invece, sono le sue radici pugliesi di
ragazzino cresciuto a Mottola (Taranto) in una famiglia evangelica. E umanissimo
è il percorso spirituale intrapreso, diventando una delle colonne della
formazione degli Atleti di Cristo che in Italia ha tra i suoi
storici promotori i colleghi
Zé
Maria, Chamot e
Marco Aurelio.
Tutti difensori, ma anche tutti stranieri: lei è l'unico italiano degli "Atleti
di Cristo".
«C'è Kakà
che in campo non difende molto e poi anche un altro italiano,
Francesco Favasulli che gioca nel
Martina (in C1). Che siano quasi tutti sudamericani è un fatto culturale, loro
vivono Dio in maniera più intensa e quotidiana».
Cosa che lei fa da un po' di tempo a questa parte e c'è che dice che sia
questo il motivo della sua rinascita sportiva.
«Nella Bibbia sta scritto: "Credi in Gesù e nascerai di nuovo". Io sono
rinato prima come uomo e poi come calciatore».
Una rivincita doppia: rinascere e farlo alla Juventus dove la "Triade"
l'aveva bocciato subito quando si presentò al ritiro in calzoncini e ciabatte...
«Venivo dal mare e nessuno mi aveva avvertito che era obbligatorio
presentarsi in maniera formale. È stata una grande ingenuità... Mi hanno dato
del presuntuoso, in realtà ero solo superficiale».
U na superficialità pagata a caro prezzo...
«Ho avuto tutti contro e le cattiverie si sono sprecate. Hanno detto che ero
finito (Bidone d'oro 2004 per "Catersport" di Radio2). Qualcuno magari lo
pensa ancora... Nel calcio contano solo le prestazioni e se avessi disputato una
grande stagione di sicuro mi avrebbero perdonato qualsiasi stravaganza».
Invece brutti voti in pagella e poi gli infortuni che l'hanno fatta
retrocedere dalla Juve al Bologna e poi al Siena.
«Ho avvertito forte il male intorno a me, ho toccato il fondo, ma poi ho
rivisto la luce. E a Siena ho trovato
Guzman (ora allo Spezia), che mi ha
rimesso in carreggiata verso Dio».
Un linguaggio, il suo, che è raro ascoltare in uno spogliatoio e che fa
satireggiare la Gialappa's: "Da quando Legrottaglie ha visto la luce, non si fa
più le mèches".
«Vero, ma non sono solo. Ho scoperto che un mio compagno di squadra apprezza
molto quello che faccio... A volte molti non hanno il coraggio di dire
apertamente: "Gesù mi ha salvato la vita". È un atto di umiltà, un altro dono
che ho riscoperto».
Umile e quindi più concentrato in campo?
«Ho espulso il superfluo: le discoteche, le donne e i soldi facili. Tutte
quelle cose che prima ritenevo irrinunciabili ho capito che erano la causa della
mia povertà professionale ed interiore».
I calciatori passano un po' tutti come persone "povere" dentro, ma "ricche e
famose" fuori agli occhi della gente.
«La povertà interiore è ovunque, colpisce anche i giocatori miliardari;
questo mondo, così com'è, fa soffrire la maggior parte delle persone che lo
abitano».
Il calcio, però, sta tentando di fare qualcosa per quelli che soffrono.
«Il calciatore ha un pote re mediatico incredibile, se vuole può essere un
messaggero importante nel mondo. Noi dobbiamo impegnarci con le azioni oltre che
con le parole per essere dei modelli positivi, soprattutto per i giovani».
Lo stadio per molti giovani rappresenta la vera chiesa.
«Lo stadio non è una chiesa, ma può diventarlo se ogni tanto lo aprissimo
non per giocare ma per parlare di Dio. Il Papa c'è riuscito...».
Dicono che lei potrebbe diventare il nuovo Materazzi, ma non ci sembra così "cattivo"...
«Materazzi è cattivo solo agonisticamente, nella vita è un ottimo ragazzo e
un buon padre di famiglia. Io rispetto a lui forse sono più tecnico perché ho
giocato anche da centrocampista. Marco, comunque, è una speranza: se penso che a
34 anni è diventato campione del mondo...».
Fa ancora pensieri celestialmente azzurri?
«Sono arrivato in Nazionale nel 2002 con Trapattoni, giocando nel Chievo: ho
fatto 7 presenze in azzurro e segnato un gol (alla Svizzera). Certo che punto a
rivestirla ancora quella maglia. E lo dico con umiltà...».
Non riuscirci per come sta giocando e la penuria di difensori che c'è oggi in
Italia, sarebbe una sconfitta.
«Rispetto alla grandezza dell'universo sarebbe poca cosa anche la più dura
delle sconfitte personali... Io oggi lavoro per dare il meglio di me stesso, in
attesa di qualcosa di ben più importante che mi aspetta su un campo molto
lontano da qui».
Restando con i piedi sull'erba qual è il suo sogno più immediato?
«Vorrei andare in Israele, sul fiume Giordano, in Galilea: nei luoghi dove è
vissuto Gesù. Spero che il sogno si avveri presto».