PARLANO DI NOI: 


(27 ottobre 2007)

Il nuovo Legrottaglie «Rinato come la Juve»

Massimiliano Castellani

«Abbiamo tutti lo stesso Dio, lo serviamo soltanto in modi diversi. E diverse sono le religioni, ma tutte contengono delle verità...».
Parola del re del pugilato Muhammad Ali, concetti più o meno identici espressi dal "duca"
Nicola Legrottaglie, professione: centrale difensivo della Juventus. Alla vigilia di un Napoli-Juve che per i bianconeri vale la corsa sul treno-scudetto, con Legrottaglie si parla molto di «fuoriclasse» che non sono di questa terra. Terrene, invece, sono le sue radici pugliesi di ragazzino cresciuto a Mottola (Taranto) in una famiglia evangelica. E umanissimo è il percorso spirituale intrapreso, diventando una delle colonne della formazione degli Atleti di Cristo che in Italia ha tra i suoi storici promotori i colleghi Zé Maria, Chamot e Marco Aurelio.
Tutti difensori, ma anche tutti stranieri: lei è l'unico italiano degli "Atleti di Cristo".
«C'è Kakà che in campo non difende molto e poi anche un altro italiano, Francesco Favasulli che gioca nel Martina (in C1). Che siano quasi tutti sudamericani è un fatto culturale, loro vivono Dio in maniera più intensa e quotidiana».
Cosa che lei fa da un po' di tempo a questa parte e c'è che dice che sia questo il motivo della sua rinascita sportiva.
«Nella Bibbia sta scritto: "Credi in Gesù e nascerai di nuovo". Io sono rinato prima come uomo e poi come calciatore».
Una rivincita doppia: rinascere e farlo alla Juventus dove la "Triade" l'aveva bocciato subito quando si presentò al ritiro in calzoncini e ciabatte...
«Venivo dal mare e nessuno mi aveva avvertito che era obbligatorio presentarsi in maniera formale. È stata una grande ingenuità... Mi hanno dato del presuntuoso, in realtà ero solo superficiale».
U na superficialità pagata a caro prezzo...
«Ho avuto tutti contro e le cattiverie si sono sprecate. Hanno detto che ero finito (Bidone d'oro 2004 per "Catersport" di Radio2). Qualcuno magari lo pensa ancora... Nel calcio contano solo le prestazioni e se avessi disputato una grande stagione di sicuro mi avrebbero perdonato qualsiasi stravaganza».
Invece brutti voti in pagella e poi gli infortuni che l'hanno fatta retrocedere dalla Juve al Bologna e poi al Siena.
«Ho avvertito forte il male intorno a me, ho toccato il fondo, ma poi ho rivisto la luce. E a Siena ho trovato
Guzman (ora allo Spezia), che mi ha rimesso in carreggiata verso Dio».
Un linguaggio, il suo, che è raro ascoltare in uno spogliatoio e che fa satireggiare la Gialappa's: "Da quando Legrottaglie ha visto la luce, non si fa più le mèches".
«Vero, ma non sono solo. Ho scoperto che un mio compagno di squadra apprezza molto quello che faccio... A volte molti non hanno il coraggio di dire apertamente: "Gesù mi ha salvato la vita". È un atto di umiltà, un altro dono che ho riscoperto».
Umile e quindi più concentrato in campo?
«Ho espulso il superfluo: le discoteche, le donne e i soldi facili. Tutte quelle cose che prima ritenevo irrinunciabili ho capito che erano la causa della mia povertà professionale ed interiore».
I calciatori passano un po' tutti come persone "povere" dentro, ma "ricche e famose" fuori agli occhi della gente.
«La povertà interiore è ovunque, colpisce anche i giocatori miliardari; questo mondo, così com'è, fa soffrire la maggior parte delle persone che lo abitano».
Il calcio, però, sta tentando di fare qualcosa per quelli che soffrono.
«Il calciatore ha un pote re mediatico incredibile, se vuole può essere un messaggero importante nel mondo. Noi dobbiamo impegnarci con le azioni oltre che con le parole per essere dei modelli positivi, soprattutto per i giovani».
Lo stadio per molti giovani rappresenta la vera chiesa.
«Lo stadio non è una chiesa, ma può diventarlo se ogni tanto lo aprissimo non per giocare ma per parlare di Dio. Il Papa c'è riuscito...».
Dicono che lei potrebbe diventare il nuovo Materazzi, ma non ci sembra così "cattivo"...
«Materazzi è cattivo solo agonisticamente, nella vita è un ottimo ragazzo e un buon padre di famiglia. Io rispetto a lui forse sono più tecnico perché ho giocato anche da centrocampista. Marco, comunque, è una speranza: se penso che a 34 anni è diventato campione del mondo...».
Fa ancora pensieri celestialmente azzurri?
«Sono arrivato in Nazionale nel 2002 con Trapattoni, giocando nel Chievo: ho fatto 7 presenze in azzurro e segnato un gol (alla Svizzera). Certo che punto a rivestirla ancora quella maglia. E lo dico con umiltà...».
Non riuscirci per come sta giocando e la penuria di difensori che c'è oggi in Italia, sarebbe una sconfitta.
«Rispetto alla grandezza dell'universo sarebbe poca cosa anche la più dura delle sconfitte personali... Io oggi lavoro per dare il meglio di me stesso, in attesa di qualcosa di ben più importante che mi aspetta su un campo molto lontano da qui».
Restando con i piedi sull'erba qual è il suo sogno più immediato?
«Vorrei andare in Israele, sul fiume Giordano, in Galilea: nei luoghi dove è vissuto Gesù. Spero che il sogno si avveri presto».