PARLANO DI NOI:
(3 dicembre 2006)
A Gonzalez il premio Facchetti
Il giocatore del Vicenza ha perso un braccio
dopo un terribile incidente d'auto ma non ha mai mollato: "Il premio è un
sogno: quando l'ho saputo mi sono venuti i brividi"
Enrica Speroni
MILANO - Eccolo Julio, ragazzone alto 1,90:
felpa bianca, jeans, scarpe da tennis e un "ciao, come stai?" alla veneta
appena spruzzato di un’inflessione sudamericana. Si siede ed è tutto gambe, la
mano destra gioca con un foglietto di carta. Non è un gesto da poco. Perché
Julio Gonzalez, attaccante
paraguaiano di 25 anni, la notte del 22 dicembre 2005 ha avuto un incidente
d’auto spaventoso che lo ha lasciato privo di un braccio e con l’altro
gravemente leso. Stava andando, con il compagno Ruben Grighini, verso
l’aeroporto di Venezia: destinazione casa. Argentina l’uno, Paraguay l’altro
dove l’avevano preceduto per le feste natalizie la giovane moglie e i due
bambini. Alle 5.30, probabilmente vittima di un colpo di sonno, Julio si è
schiantato contro un Tir sulla A4, tra Grisignano e Padova Ovest. Fra le
lamiere è rimasta una carriera che stava sbocciando: 8 gol in 15 partite nel
Vicenza in serie B, una proposta di contratto dalla Roma, la nazionale già
conquistata insieme con l’argento all’Olimpiade di Atene. La seconda vita di
Gonzalez comincia all’ospedale di Padova: dodici ore di intervento, ma
un’infezione impone l’amputazione del braccio sinistro sotto la spalla. E il
braccio destro è inerte. Lui ringrazia Dio: "Penso a Lui tutti i giorni, anche
prima lo facevo. Sono cresciuto così: a casa mia si è sempre parlato di Dio e
letto la Bibbia. Vorrei che anche i miei figli crescessero con questi valori".
E confessa: "Sogno di entrare allo stadio, di giocare e fare gol. Sogno di
tornare nel Vicenza e nella nazionale. E il Mondiale del 2010. Ci penso tutti
i giorni".
Intanto si allena. Com’è la sua giornata?
"Tutte le mattine ho un’ora e mezzo di
fisioterapia. Il pomeriggio mi alleno con la squadra: il lavoro fisico con i
compagni, quello tattico no perché non posso avere scontri di gioco. Però
cross e tiri in porta li faccio tranquillamente. Quando sono uscito
dall’ospedale avevo giorni no, in cui mi sentivo un po’ giù moralmente, ma
adesso sto benissimo perché ho sempre qualcosa da fare. E poi da agosto,
quando ho cominciato la rieducazione, i progressi del braccio destro li vedo:
apro e chiudo la portiera della macchina, infilo la chiave nella porta di
casa, tengo in mano il bicchiere, bevo il caffè, uso il telecomando e cambio i
canali. Certo fare la doccia, vestirmi, mangiare da solo sono operazioni
ancora impossibili senza l’aiuto di mia moglie. "Sei il terzo figlio" mi dice
Maria Lourdes ed è contenta di potermi aiutare. Fabrizio è piccolino, ha 2
anni e non ha capito quello che mi è successo. Invece Maria Paz, che ne ha
appena compiuti 5, ha reagito benissimo sin dall’inizio: le abbiamo spiegato e
non si è spaventata nemmeno quando mi hanno amputato il braccio. Vede la mamma
che mi aiuta e lei fa lo stesso. La mia mamma, invece, ha pianto tanto quando
mi ha visto. Lei che per 18 anni mi ha messo cerotti per ogni graffio, non ha
resistito. Però ha capito subito che non era cambiato nulla: un pezzo di corpo
se n’era andato, ma io ero quello di sempre".
La protesi è una bella conquista?
"Si, mi sento meglio. Prima, quando la manica
sinistra era vuota, era normale che la gente si girasse a guardarmi, adesso
invece passo inosservato e questo mi aiuta moltissimo. E poi così maglione e
felpa mi stanno meglio addosso. Al centro protesi Inail di Budrio hanno fatto
un bel lavoro: ho la protesi estetica per andare in giro; quella mioelettrica,
con sensori che permettono alla mano di aprirsi e chiudersi, che uso a casa
perché è più funzionale; la terza è una specie di cuffia, più che altro una
protezione del moncone, che mi serve per allenarmi".
E’ difficile correre senza l’aiuto delle braccia.
"Sì, mi sono reso subito conto che non correvo
più come prima, ho dovuto imparare a conoscere la nuova situazione del mio
corpo. Ma il corpo è eccezionale, si adatta a tutto. Adesso non ho problemi e
faccio quello che fanno i miei compagni".
Il Vicenza le ha rinnovato il contratto sino al
giugno 2007 e le ha proposto anche un ruolo di osservatore. Sorpreso?
"Quando mi sono svegliato dall’incidente in
ospedale, ho trovato il presidente Cassingena davanti al letto. Che mi ha
detto: "Guarda che tu tornerai a giocare con noi". Ho capito che non mi
avrebbero lasciato mai solo ed è così. La società mi è molto vicina. Durante
la settimana mi alleno e quando i compagni giocano vado a vedere, con Massimo
Paganin, le partite degli avversari. Potrebbe essere il mio nuovo lavoro se
non riuscirò a tornare in campo".
Si è dato scadenze?
"No, succederà quando mi renderò conto di essere
pronto. Spero sia prima della fine di questo campionato, altrimenti sarà più
avanti, all’inizio della prossima stagione. Penso a quello che mi ha detto
Zanardi quando è venuto a trovarmi in ospedale. Abbiamo parlato per un’ora e
mezzo. Ho visto la forza che aveva, la semplicità. Se lui è tornato a guidare
avendo problemi più grossi dei miei, posso farcela anch’io. Perché per correre
in macchina le gambe ci vorrebbero, mentre per un calciatore in fondo il
braccio non è indispensabile".
E’ passato quasi un anno da quella notte che le
ha cambiato la vita. Quanto è cambiato Julio?
"Non me la prendo più facilmente, prima scattavo
subito, mi innervosivo anche per cose da poco. Ora sono più calmo, più
tranquillo. Prima di arrabbiarmi ci penso due volte. Anche con i bambini,
anche con mia moglie. La vita è la stessa: la famiglia, i compagni, gli
allenamenti. Più che la mia vita sono cambiato io".
Le costa tanto essere sempre sorridente e
allegro?
"Poco. Mi è sempre piaciuto sorridere anche
prima. Anzi, delle volte si incazzavano con me in allenamento perché scherzavo
troppo".
Perdere autonomia, dipendere dagli altri: si
chiede spesso "perché proprio io?".
"All’inizio sì, perché non è facile abituarsi da
un giorno all’altro a passare dal fare tutto quello che vuoi, quando vuoi,
all’aver bisogno di qualcuno per ogni cosa. Poi ho visto che chi mi stava
attorno voleva darmi una mano e ho capito che io avevo la forza dentro per
ricominciare. All’inizio non volevo chiedere aiuto, non ero abituato,
l’orgoglio mi frenava anche di fronte ai compagni. Invece mi sono reso conto
che non davo fastidio, anzi litigavano per chi doveva aiutarmi a cambiarmi per
l’allenamento, mettere i calzini, indossare le scarpe. Ci siamo abituati, loro
e io. In questi mesi ho sentito affetto, mai pietà".
Vicenza a parte, il mondo del calcio le è stato
vicino?
"Tantissimo. Tutti. E ho ricevuto molte lettere.
Dai capitani di serie A che si sono resi disponibili per qualsiasi aiuto,
all’Associazione calciatori che ha coperto, con il Vicenza, quasi tutte le
spese mediche, fisioterapiche e di protesi. Mi ha scritto anche Facchetti, che
di persona non conoscevo, per dirmi che l’Inter si metteva a disposizione per
qualsiasi cosa avessi bisogno".
Proprio lei, per questa sua testimonianza di
vita, riceverà il premio Internazionale "Il bello del calcio" alla memoria di
Giacinto Facchetti. Che effetto le fa?
"Mi è venuta la pelle d’oca. Con tutte le
persone che fanno tanto per gli altri e che sono italiani, sono stato scelto
io che vengo da fuori e che ho fatto poco. Nel nome di Facchetti poi, non me
l’aspettavo e sono orgogliosissimo. Ho chiamato la mia famiglia in Paraguay e
nessuno ci voleva credere: ho promesso che gli porto il premio da vedere per
Natale".