PARLANO DI NOI: 


GQ (dicembre 2007, n. 99)

Il Fattore K
Il brasiliano domenica sarà premiato a Parigi con il Pallone d'Oro: in premio ha chiesto una visita privata alla Torre Eiffel. Ma la vera sorpresa arriva da un rivelazione fatta a GQ sulle sue aspirazioni per quando chiuderà la carriera

Simone Stenti

È una sera dolce a Rio de Janeiro. Da sette anni la nazionale brasiliana non gioca nel suo tempio, il Mario Filho, universalmente noto col nome della zona in cui si trova: Maracanã.Uno stadio da leggenda. Anzi, “lo”stadio, articolo determinativo. Manca un minuto alla fine di una partita senza storia quando il quarto uomo alza la lavagna luminosa per la sostituzione del numero 7. L’allenatore, Carlos Dunga, ha deciso di concedere la passerella al marcatore di due dei cinque gol che hanno schiantato l’Ecuador. Il primo, poi, di una bellezza abbagliante: interno destro a giro, palla che spolvera il sette e indici che puntano il cielo per ringraziare il Signore (“Inutile nascondersi, una delle reti più belle che abbia mai segnato”). Forse neanche Dunga s’immagina che con quella sostituzione sta per scatenare la più fragorosa standing ovation della storia recente del Maracanã. È così che Ricardo Izecson dos Santos Leite, per  tutti Kaká, corona il sogno di chiunque abbia mai indossato un paio di scarpe a sei tacchetti.

Basta il ricordo di quella partita di qualificazione a Sudafrica 2010 dello scorso 18 ottobre e gli occhi del “Bambino d’Oro”s’illuminano: “Un’emozione storica. Per tutto il mondo il Maracanã è un simbolo e su quelle tribune c’erano 90 mila persone in piedi che scandiva no: “O melhor do mundo, o melhor do mundo”. E si riferivano a me! Quando ti capita un’emozione così neanche hai la forza di pensare, cerchi soltanto di goderti tutto fino in fondo, perché quello è il film che sognavi di vedere fin da quando eri piccolo”.

Non c’era proprio bisogno del Maracanã per riconoscere che Kakà oggi è il numero uno. Noi lo sapevamo da un pezzo, lei quando se n’è accorto?
In realtà devo ancora capirlo. Voglio dire, non mi tiro indietro rispetto alle mie responsabilità nel Milan, col Brasile, nel calcio in generale. Ma non sono mai contento, non mi sento mai appagato. Sono consapevole di essere tra i migliori ma non ho raggiunto il massimo. Posso  ancora crescere.

Più di così? Non è che pecca di superbia?
A 25 anni ho ancora margini di miglioramento. Saper giocare al calcio è un dono, ci si nasce, poi il resto è lavoro. Ma non siamo speciali, noi calciatori, è così per tutti: musicisti, pittori, persino giornalisti. Non basta essere portati, ci si deve applicare.

Ma ci sarà stato un momento in cui ha detto: “Ecco, Ricky, è fatta, adesso sei arrivato”.
Sì,quando abbiamo vinto lo scudetto col Milan. O magari quando abbiamo vinto la Champions. Perché per me essere importanti significa essere vincenti.

Questa è bella: è arrivato in Italia che era già campione del mondo...
Ero molto giovane, avevo 20 anni, ma certo il giorno della convocazione ai Mondiali 2002 è stato uno dei più belli della mia vita.

Non se l’aspettava?
Be’, erano ormai sei mesi che facevo parte del gruppo della Seleção, ma alla conferenza stampa Felipão (il c.t .Luis Scolari ,ndr) ammise di aver avuto un solo dubbio: se portare me oppure Djalminha. Poi, proprio quello stesso giorno, decise di convocare me.

L’immagine simbolo di quel Mondiale divenne la preghiera che, dopo la finale vittoriosa con la Germania, lei dedicò in mezzo al campo con Edmilson e Lucio.
Siamo tutti e tre Atleti di Cristo, e quel ringraziamento ce l’eravamo ripromesso nello spogliatoio, prima della partita.

Indossavate magliette diverse: lei con l’ormai consueta scritta “I belong to Jesus”, Edmilson con “Gesù ti ama”, e fin qui siamo d’accordo. Ma mi spiega quella di Lucio, “Dio è fedele”? Mi risultava che fossimo noi a dover essere fedeli a lui.
È fedele nel senso che mantiene tutte le promesse.Vede, in Brasile le bestemmie praticamente non esistono, qui invece c’è la tentazione di dare la colpa a Dio quando qualcosa non va. Ma la colpa non è sua, è nostra, perché non sappiamo valorizzare quello che ci dona. Lui ci lascia... come si chiama in italiano... il libero arbitrio.

Lei è un calciatore davvero anomalo. I suoi colleghi a fine carriera sognano di diventare allenatori, lei pastore evangelico. È vero?
Mi piacerebbe molto. È un percorso impegnativo: bisogna studiare teologia, fare un corso, approfondire lo studio della Bibbia.

Ma poi che fa un pastore evangelico?
Legge la Bibbia e ne trasmette i precetti. Non è così facile applicare alla società di oggi cose scritte migliaia di anni fa. Ma proprio questo è il compito di un buon pastore:attualizzare l’insegnamento della Bibbia.

Ho letto che la sua conversione è dovuta a un tuffo in piscina che quasi l’ammazzava, quando aveva solo 14 anni.
So che se ne scrive molto, soprattutto su Internet. Perfetto: è una balla. Io sono cresciuto con l’educazione della Bibbia. E poi ne avevo 18, di anni.

Quindi, l’incidente c’è stato?
Sì, nel Duemila: la mia carriera poteva chiudersi lì. Mi si è torto il collo e ho lesionato la sesta vertebra cervicale.

L’ha scampata bella. Però la carriera non s’è chiusa lì, anzi, ha iniziato un cammino che l’ha portata a vincere tutto.
Mi manca solo il Mondiale per club.

Lo dice col tono di uno che, fatta anche questa, non avrà più stimoli.
Ho sempre due esempi davanti a me: Paolo Maldini e Billy Costacurta. Paolo avrebbe potuto scegliere di concludere la carriera ad Atene, da campione d’Europa, invece ha trovato la voglia di andare in Giappone. Anch’io sono così, però: appena terminata la collezione di trofei, la voglio raddoppiare.

Lei sa quel che si dice nel giro: non la raddoppierà a Milano...
Figuriamoci. Loro due, Paolo e Billy, hanno sempre vinto qui.

Allora mettiamola così: anche Galliani si tuffa in piscina, batte la testa sul fondo, riemerge completamente rincoglionito e decide di venderla. Che fa?
Dipende da lui e andrò dove vorrà.

Okay, sempre più difficile. Anche Galliani le lascia il libero arbitrio: può andare dove meglio crede.
Ho sempre giocato in squadre che puntano alla vittoria: il San Paolo in questo non era diverso dal Milan. Perciò devo scegliere l’Inghilterra o la Spagna.

In Gran Bretagna però il tempo è molto poco brasiliano.
Sì, ma mi dicono che a Londra si vive bene.

Non è che a Madrid e a Barcellona si stia in un monastero di clausura.

Barcellona è uno spettacolo. A Madrid non c’è il mare, vero?.

Meno che a Milano.
E Manchester com’è?.

No, guardi, se parliamo di piaceri della vita non ci siamo capiti.

Allora scelgo Londra.

Ma come?!? Ho letto che lei scansa le tentazioni più che può. A Londra ne troverebbe a ogni cantone...
Perché, a Barcellona no?

Ma potrebbe sempre tuffarsi in mare per smaltire. A proposito, ha dichiarato a Vanity Fair che in Italia non è mai andato in discoteca, se non alle feste del Milan, ma sempre con sua moglie Caroline. Ora, mi spiega che cosa può spingere un ragazzo bello, ricco, atletico, a non approfittarne, come d’altra parte fa un gran numero di suoi invidiabili e invidiati colleghi?
L’educazione. Io cerco di evitare tutte le tentazioni. Esco pochissimo da solo, cerco di stare lontano dalle donne e di controllarmi con i soldi. Non voglio essere schiavo dei soldi.

Ci riesce davvero?
Grazie anche a mio papà Bosco, che è un grandissimo consigliere. Anche economico.