PARLANO DI NOI: 


(1 giugno 2007)

Kakà,un campione anche di fede

Emanuela Audisio

MILANO - Campione di fede. Kaká è riconoscente. Il modello di Dio, l´atleta di Cristo, era lì: solo, in area di rigore, a pregare. Gli altri facevano chiasso e saltavano, lui faceva silenzio e stava fermo. In zona misticismo. Gli occhi chiusi, alzati verso il cielo, le braccia larghe, il viso ascetico da San Francesco del gol.
Stava lì ad offrire corpo e anima, quasi in trance. La canottiera bianca bene in vista: «I belong to Jesus». Appartengo al Signore. Gerrard e gli altri del Liverpool gli passavano accanto con l´aria strana di chi non capisce, come davanti a un marziano: ma questo qui che strano rito sta a fare?

Ma Kakà non si smuoveva, quasi impalato su una croce immaginaria, sussurrava frasi e sorrideva. Dio e la Bibbia, nessun altro schema: Padre nostro che sei nei cieli grazie per la Coppa con le orecchie, per le reti che ho segnato e anche per quelle che ho mancato, per gli insegnamenti che ci dai per superare le difficoltà della vita. Si sa: la fede per Kakà viene prima di Armani e Ancelotti. Se Inzaghi ha dedicato il successo al collega Alberto D´Aguanno, Kakà l´aveva già dedicato a tutti i bambini che nel mondo soffrono la fame.

Quando Ricardo Izecson dos Santos Leite non era ancora «Kaká» e sognava soltanto di diventare un campione, aveva incollato una scritta sulla porta della stanzetta, nell´elegante casa di San Paolo: «Un bambino felice ha Gesù nel cuore».

Ricardo aveva conosciuto la fede attraverso i genitori, devoti alla chiesa Battista, e l´aveva rafforzata in due mesi di immobilità e riflessione dopo una brutta caduta nel parco acquatico di Goiania, durante una vacanza dai nonni: «Riportai una frattura alla sesta vertebra: i medici dissero che ero stato fortunato, potevo finire su una sedia a rotelle. In quel pericolo scampato vidi la mano del Signore». Chissà se anche Istanbul fu colpa o merito di una disattenzione di chi sta lassù o forse solo una penitenza verso il paradiso.

Kaká non improvvisa il percorso religioso, gioca a calcio, ma pensa da seminarista: indica Gesù come allenatore ideale, divora le pagine della Bibbia, trova ispirazione nella preghiera, porta un braccialetto con la scritta «Jesus» e scarpette personalizzate con la frase «Dio è Fedele». Persino sulla segreteria telefonica ha inciso un messaggio cristiano «Il Signore ti benedica».

Non è per questo, però, che lo chiamano Anjinho, angioletto: il soprannome è legato al volto pulito, al sorriso dolce da prete bello, agli occhialetti da miope. Ha sposato Carolina, la fidanzata dell´adolescenza, una figlia dell´alta borghesia, spiegando: «La ragazza ideale deve essere scelta da Lui». Il matrimonio è stato celebrato nella Chiesa evangelica Renascer em Cristo, scandito da letture bibliche e brani del gruppo gospel Renascer Praise, il suo preferito, altro che Madonna o gli U2.

Ronaldo nel ritiro del mondiale 2002 in Giappone lo battezzò Kakito, perché più che un piccolo campione pareva una mascotte. Era il suo primo mondiale, diciannove minuti di gloria contro il Costarica. Il titolo, comunque, fu anche suo. E lo festeggiò raccolto in preghiera a centrocampo. Tanto che la Fifa poi vietò certi atteggiamenti e le scritte personalizzate sulle maglie.

Kakà deve il vezzeggiativo a suo fratello Digao, stopper del Rimini, che in Brasile per curarsi da un infortunio ha assistito alla partita da solo in un bar, indossando la maglia n. 22. Ora che Kakà ha vinto la Champions e la sua classifica dei marcatori, gli resta il Pallone d´Oro. Chissà se qualcuno lo fotograferà mentre la sera prima di andare a letto sussurra versi per quell´atto di vanità, indispensabile e meritato. E ora, pregate.