PARLANO DI NOI:

Kakà,un campione anche di fede
Emanuela Audisio
MILANO - Campione di fede. Kaká è riconoscente.
Il modello di Dio, l´atleta di Cristo, era lì: solo, in area di rigore, a
pregare. Gli altri facevano chiasso e saltavano, lui faceva silenzio e stava
fermo. In zona misticismo. Gli occhi chiusi, alzati verso il cielo, le braccia
larghe, il viso ascetico da San Francesco del gol.
Stava lì ad offrire corpo e anima, quasi in trance. La canottiera bianca bene in
vista: «I belong to Jesus». Appartengo al Signore. Gerrard e gli altri del
Liverpool gli passavano accanto con l´aria strana di chi non capisce, come
davanti a un marziano: ma questo qui che strano rito sta a fare?
Ma Kakà non si smuoveva, quasi impalato su una croce immaginaria, sussurrava
frasi e sorrideva. Dio e la Bibbia, nessun altro schema: Padre nostro che sei
nei cieli grazie per la Coppa con le orecchie, per le reti che ho segnato e
anche per quelle che ho mancato, per gli insegnamenti che ci dai per superare le
difficoltà della vita. Si sa: la fede per Kakà viene prima di Armani e Ancelotti.
Se Inzaghi ha dedicato il successo al collega Alberto D´Aguanno, Kakà l´aveva
già dedicato a tutti i bambini che nel mondo soffrono la fame.
Quando Ricardo Izecson dos Santos Leite non era ancora «Kaká» e sognava soltanto
di diventare un campione, aveva incollato una scritta sulla porta della
stanzetta, nell´elegante casa di San Paolo: «Un bambino felice ha Gesù nel cuore».
Ricardo aveva conosciuto la fede attraverso i genitori, devoti alla chiesa
Battista, e l´aveva rafforzata in due mesi di immobilità e riflessione dopo una
brutta caduta nel parco acquatico di Goiania, durante una vacanza dai nonni: «Riportai
una frattura alla sesta vertebra: i medici dissero che ero stato fortunato,
potevo finire su una sedia a rotelle. In quel pericolo scampato vidi la mano del
Signore». Chissà se anche Istanbul fu colpa o merito di una disattenzione di chi
sta lassù o forse solo una penitenza verso il paradiso.
Kaká non improvvisa il percorso religioso, gioca a calcio, ma pensa da
seminarista: indica Gesù come allenatore ideale, divora le pagine della Bibbia,
trova ispirazione nella preghiera, porta un braccialetto con la scritta «Jesus»
e scarpette personalizzate con la frase «Dio è Fedele». Persino sulla segreteria
telefonica ha inciso un messaggio cristiano «Il Signore ti benedica».
Non è per questo, però, che lo chiamano Anjinho, angioletto: il soprannome è
legato al volto pulito, al sorriso dolce da prete bello, agli occhialetti da
miope. Ha sposato Carolina, la fidanzata dell´adolescenza, una figlia dell´alta
borghesia, spiegando: «La ragazza ideale deve essere scelta da Lui». Il
matrimonio è stato celebrato nella Chiesa evangelica Renascer em Cristo,
scandito da letture bibliche e brani del gruppo gospel Renascer Praise, il suo
preferito, altro che Madonna o gli U2.
Ronaldo nel ritiro del mondiale 2002 in Giappone lo battezzò Kakito, perché più
che un piccolo campione pareva una mascotte. Era il suo primo mondiale,
diciannove minuti di gloria contro il Costarica. Il titolo, comunque, fu anche
suo. E lo festeggiò raccolto in preghiera a centrocampo. Tanto che la Fifa poi
vietò certi atteggiamenti e le scritte personalizzate sulle maglie.
Kakà deve il vezzeggiativo a suo fratello Digao, stopper del Rimini, che in
Brasile per curarsi da un infortunio ha assistito alla partita da solo in un
bar, indossando la maglia n. 22. Ora che Kakà ha vinto la Champions e la sua
classifica dei marcatori, gli resta il Pallone d´Oro. Chissà se qualcuno lo
fotograferà mentre la sera prima di andare a letto sussurra versi per quell´atto
di vanità, indispensabile e meritato. E ora, pregate.