PARLANO DI NOI:

Kaká e il sesso degli angeli
«Non è stato facile arrivare al matrimonio senza mai essere stato con una donna».
«Alle cinque di mattina», risponde Ricardo Izecson Santos Leite, detto
Kaká quando Vanity Fair gli chiede a che ora è andato a letto, la notte
della finale di Champions League. 25 anni, la star brasiliana del Milan
appena incoronato campione d'Europa, più che un viveur è uno stinco di
santo. Uno che, quando vince la Champions, invece di urlare prega,
invece di saltare si inginocchia, invece dei tifosi guarda il cielo.
Quando
gli si chiede se è emozionato al pensiero di essere quest'anno il
candidato favorito alla vittoria del Pallone d'Oro, risponde: «Penso di
aver lavorato bene e di meritarlo, ma non è che non ci dorma la notte.
La mia serenità non dipende da un premio».
Nell'ambiente del calcio i santi non vanno di moda. Che cosa pensano di lei gli altri calciatori? «Ogni tanto mi accorgo che mi guardano un po' perplessi, pensano io sia strano. Però poi mi accettano e mi rispettano».
Anomalo, per la sua categoria, anche negli interessi: legge molto ed è appassionato di cinema e teatro. «Non sono l'unico. Costacurta, per esempio, è molto colto. E Ambrosini gira sempre con un libro in mano».
Come ha conosciuto sua moglie Caroline?
«A una festa a San Paolo. Mio padre e sua madre (Rosangela Lyra,
amministratore delegato Dior Brasile, ndr) si conoscevano e ci hanno
presentati. Ci siamo scambiati i numeri di telefono, poi sono andato a
trovarla per il suo compleanno. Compiva 15 anni. Io ne avevo
diciannove, ma in Brasile ero già famoso. Nel 2002, al rientro dalla
vittoria al Mondiale, ci siamo fidanzati».
A 20 anni cercava già moglie?
«Sì, ho sempre pensato al matrimonio. Però abbiamo dovuto aspettare tre
anni: uno in Brasile e due lontani, perché io sono venuto a giocare in
Italia e lei era troppo giovane per seguirmi. Ma quel periodo è stato
importante, ha messo alla prova il nostro amore».
Tentazioni?
«Quelle ci sono sempre, ma io cerco di evitarle. Da quando sono in
Italia non sono mai andato in discoteca se non alle feste del Milan, e
sempre con mia moglie. Tra noi, quando lei era ancora in Brasile, c'era
un patto: liberi di uscire con gli amici ma a mezzanotte si rientra a
casa e ci si telefona. Io e Caroline abbiamo fatto molti sacrifici».
Si riferisce alla distanza?
«Non solo a quella. Abbiamo scelto di arrivare casti al matrimonio: la
Bibbia insegna che il vero amore si raggiunge solo con le nozze, con lo
scambio di sangue, quello che la donna perde con la verginità. Infatti, per noi, la prima notte è stata bellissima».
Non le è pesato aspettare?
«Certo che mi è pesato: sono un ragazzo normale. Non è stato facile
arrivare al matrimonio senza essere mai stato con una donna. Con
Caroline ci baciavamo e la voglia c'era, ma ci siamo sempre trattenuti.
Se oggi la nostra vita è così bella, penso sia anche perché abbiamo
saputo aspettare».
Berlusconi ha detto che lei è il genero ideale. Le ha fatto piacere? «Sì. A mia moglie un po' meno, soprattutto quando ha aggiunto: "Peccato che sia già sposato". Ma poi si è corretto».
È vero che Berlusconi sogna di vederla giocare in attacco?
«Vorrebbe che il Milan scendesse in campo con due punte, ma io mi sento
un trequartista. Anche in finale abbiamo giocato così, e abbiamo vinto».