PARLANO DI NOI:

(10 settembre 2008)
Legrottaglie ha fede: "Gioco, lo vuole Dio"
Dalla Juve all'azzurro: titolare 5 anni
dopo: «Il Signore mi ha guidato, devo ricambiare»
Massimiliano Nerozzi
S’era perso per
strada,
Nicola Legrottaglie,
nella vita e sul prato, poi ha trovato il suo navigatore: «La Bibbia è il
mio gps, me la porto sempre dietro. Se non l’avessi sarei come un uomo senza
cibo». Il discotecaro che conobbe Gesù, per lui, non è un aneddoto che fece
notizia, due anni fa, ma un’esperienza da vivere tutti i giorni, da
atleta di Cristo: «La fede mi
ha cambiato la vita, lo dico con presunzione, anche quella trascorsa con il
pallone, perché Dio ha preso in mano la mia vita». Così, anche il cammino
nel calcio diventa una parabola cristiana, nelle sue parole: Chievo, Juve e
Nazionale, poi giù, Bologna e Siena e di nuovo in alto, in bianconero e in
azzurro. «Quando un figlio sta smarrendo la strada, i genitori lo puniscono
e lo perdonano: Dio ha fatto così come me». Ha fatto le sue penitenze,
risalendo nella Juve della serie B, poi in A e, stasera in Nazionale, con la
fondata speranza di giocarsela da titolare.
«Se mi danno l’opportunità - dice il difensore - devo giocarmela, perché il
treno non passa due volte». Anche se per lui, in fondo, questa è la seconda
occasione che gli capita, perché già s’era issato in alto, fino al quel 30
aprile 2003, pure con un gol nella partita contro la Svizzera. Stavolta,
all’orizzonte dei 32 anni, è un’altra vita, un’altra persona, però: «Lippi
ha sempre avuto fiducia in me, anche nei momenti brutti - continua - e io
posso solo ripagarlo sul campo. E poi devo ringraziare la Juve e Ranieri».
La casa dove s’è rilanciato, lavorando sodo, quando stavano per spedirlo in
Turchia, al Besiktas. E dove, anche quest’anno, si sta guadagnando il posto:
«So che nessuno ce l’ha assicurato - disse a inizio stagione - e io sono un
esempio di questo: lo scorso anno sono partito ultimo e poi ho giocato
sempre». Ranieri non se n’era dimenticato: «Mi chiedevo che cosa gli fosse
successo in quegli anni - spiega il tecnico bianconero - perché uno non può
disimparare a giocare e quando arrivai alla Juve, Bettega mi disse che
Nicola era uno che aveva le qualità per starci, a questi livelli». Invece,
all’inizio, pareva sulla pista di decollo, con il ritorno di Criscito e
l’acquisto di Andrade: tutta gente sparita. Lui, no. Legrottaglie, ogni
tanto, ci ripensa: «Mi fermo a riflettere che avrei potuto essere in Turchia
e invece ora sono qui in Nazionale: se ripenso a dove ero tre anni fa, mi
viene da sorridere e da riflettere. Prendere le batoste, serve: guardate il
carattere che s’è formato nella Juve durante l’anno della B. E se siamo qui,
se sono qui, vuol dire che il lavoro paga».
Perché tre anni fa, girato a gennaio a Bologna poi a Siena, si sentiva
disperso: «Tante volte mi è mancata la fiducia in me stesso - racconta -
pensando che, forse, non ero poi così bravo. Non avendo fede, capita».
Quella che gli ha svoltato la vita: «Ero cambiato e fossi tornato o no alla
Juve o in Nazionale, sarei stato felice lo stesso. Poi è chiaro che sono un
uomo, quindi è nella mia natura sbagliare: però so cosa è giusto e cosa non
lo è. Prima ero rancoroso, adesso perdono. E vivo meglio». Il che non vuol
dire smettere di lottare: «Per me il calcio è molto importante. Devo
ricambiare il Signore, facendo la sua volontà: e se sono arrivato qui, è
perché qui mi ha guidato». Davanti a Lippi, che ieri gli ha parlato a lungo
prima dell’allenamento, e in Champions con la Juve: «Lo Zenit era
l’avversario che non avrei voluto affrontare, ma noi vogliamo arrivare
avanti». Caduta e riscatto, li ha ritrovati nelle sacre scritture. «Vangelo
di Matteo, capitolo sei, versetto 33», cita praticamente a memoria: «"Mettete
il regno di Dio e la giustizia al primo posto e tutte le altre cose saranno
sopraggiunte". È quello che è capitato a me».