PARLANO DI NOI:
Legrottaglie e Sissoko, uniti e divisi in nome di Dio
Alessandro Parini
TORINO -
Nicola,
prima di entrare in campo, ascolta le canzoni di Michael W. Smith e Corrado
Salmè, due tra gli autori più famosi di musica cristiana. Momo, appena prima di
lasciare la sua stanza d’albergo, prega. Nicola fa di cognome Legrottaglie, Momo
è Mohamed Sissoko: Atleta di Cristo (movimento fondato nel 1984 in
Brasile dagli ex calciatori Joao Leite e Baltazar, avente come scopo la
promozione del Vangelo attraverso lo sport) il primo, musulmano il secondo.
Compagni di squadra nella Juventus. Uniti dallo stesso scopo: riportare in alto
la Signora del calcio italiano.
Ragazzi intelligenti, certo: pregano Dio, ma in modo profondamente diverso,
tanto più di questi tempi. Fra loro non ci sono però tensioni o incomprensioni.
«Va benissimo che Momo sia musulmano - è il parere del difensore, tornato
quest’anno ad alti livelli dopo una serie di stagioni sfortunate -. L’importante
è che ognuno sia felice di ciò che ha e di come si sente. Io ho scoperto Dio due
anni fa attraverso la lettura della Bibbia e grazie all’aiuto di un mio compagno
di squadra di allora (Tomas Guzman,
paraguaiano cresciuto nella Juve ma all’epoca al Siena, ndr): ho scoperto un
nuovo mondo e non l’ho più lasciato. Da allora sono molto cambiato, decisamente
in meglio. Frequento abitualmente la Chiesa evangelica, vi ho trovato rifugio e
sollievo». Un altro uomo, desideroso di confrontarsi e di capire: «Momo è un
bravo ragazzo, si è inserito benissimo nel nostro gruppo. Ha un’altra fede
rispetto alla mia, ma davvero non c’è problema: se un giorno ci troveremo a
parlare di religione, gli farò presente quanto è bello seguire la parola di
Cristo. Il confronto è la cosa più bella che ci sia: serve a migliorarsi, sempre
e comunque, anche se poi ognuno rimane delle proprie idee».
Momo è arrivato a Torino, da Liverpool, da poco più di una settimana: per il
momento senza famiglia, anche se a breve si farà raggiungere dalla moglie Sokona
e dalla figlia Aicha. In attesa di trovare una sistemazione adeguata, vive in un
albergo del centro cittadino. Ragazzo tranquillo e posato, ha già chiesto
informazioni su dove poter praticare il suo culto. La comunità islamica torinese
è stimata intorno a 15.000 persone: la moschea più grande e famosa (ma, va detto,
anche al centro di qualche indagine giudiziaria) si trova a due passi da Porta
Palazzo, ma pare che il maliano preferirebbe un’atmosfera più calma e tranquilla.
Meglio frequentare gli ambienti giusti, insomma.
«La religione è una cosa molto importante, per me. Mi permette di avere il giusto equilibrio e gioca un ruolo fondamentale in tutti gli aspetti della mia vita. Ringrazio sempre Allah per tutto quello che mi ha dato». Pregandolo prima e dopo ogni match, recandosi ogni venerdì in moschea, osservando il più possibile i fondamenti del Corano. Ponendosi nei confronti del prossimo con il massimo rispetto, consapevole delle difficoltà che hanno avuto i suoi genitori per far crescere quindici figli: «Ringrazio sempre Dio per avere avuto un papà e una mamma come Mohamed e Fatou - ama raccontare lui, Zidane e Kobe Bryant come sportivi preferiti -. Poteva mancarci qualcosa di materiale, ma siamo stati educati bene e con amore. Non mi hanno mai ostacolato nelle scelte, incoraggiandomi a giocare a calcio visto che era quello che volevo. La religione ha fatto il resto: l’Islam mi ha dato la giusta disciplina e la forza necessarie per non mollare, insegnandomi ad avere rispetto per il mio corpo. Per questo prego tutti i giorni: mi sento bene quando lo faccio. Sono in contatto diretto con Dio, in quel momento credo fortemente che ci sia qualcuno che si occupa di me».