PARLANO DI NOI:

Il mio allenatore
segreto
" E non sapete voi che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è
in voi, il quale avete da Dio, e che appartenete a voi stessi? Poichè foste
comprati a prezzo; glorificate dunque Dio nel vostro corpo" (1Corinzi 6:19,20)
Vita&Salute
incontra Nicola Legrottaglie:
Il difensore della Juventus era
considerato un giocatore finito. Ora la rinascita, grazie a una svolta
importante nella sua vita. La scoperta della fede che gli ha trasmesso una
carica in più.
Maurizio Caracciolo
Nicola Legrottaglie
è un calciatore la cui carriera si potrebbe definire schizofrenica; sembra
destinata ai massimi livelli dopo le stagioni in serie A con la maglia della
squadra rivelazione Chievo Verona. Arriva anche l’esordio con la nazionale, nel
2002 contro la Turchia ; la critica lo considera un difensore dal sicuro
rendimento. Legrottaglie è addirittura motivo di contesa al calciomercato tra
due società importanti come Roma e Juventus. La spunta quest’ultima, che si
garantisce le prestazioni del calciatore a partire dalla stagione 2003. Insomma,
una strada apparentemente in discesa. E poi? «Succede che le cose cominciano ad
andare non più tanto per il verso giusto», sottolinea Legrottaglie. «Qualche
partita sbagliata, le prime critiche, la perdita di sicurezza nei propri mezzi e
anche la comparsa di una pubalgia che mi penalizza non poco dal punto di vista
fisico»! .
Ma non si tratta solo di questo e non fa fatica ad ammetterlo: «Quando arrivi ad
alti livelli in questo mondo devi avere la testa molto a posto perché altrimenti
rischi di perdere il senso della realtà: i soldi, la fama, la sensazione di
poterti permettere qualunque cosa. Oltre ai problemi oggettivi, in quel periodo
ci ho messo molto del mio, trascurando alcune delle regole fondamentali per
un’atleta. Mi capitava spesso di fare tardi in discoteca, talvolta andando fino
a Milano, dove ci sono i locali più trendy; ricordo anche, in un paio di
circostanze, di avere ecceduto con l’alcol. Inoltre ero alla ricerca quasi
malata di donne, non riuscivo a resistere tanti giorni senza incontrarne una».
È l’inizio di un tunnel, personale e professionale; prima osannato, adesso
bersaglio preferito di critica e tifosi, con la società che dimostra di non aver
più molta fiducia in lui.
Pur rimanendo proprietà della Juventus, Legrottaglie passa da una squadra
all’altra, scendendo anche in serie B. Una delle ultime destinazioni è il Siena,
forse anche una delle ultime occasioni, con una reputazione tutta da
riguadagnare. «Siena rappresenta una fase importante della mia vita di atleta,
ma soprattutto di uomo, perché è lì che faccio l’incontro in assoluto più
determinante». A questo punto verrebbe in mente una figura chiave del mondo del
calcio. In realtà non è una persona di quel mondo. E nemmeno, a dire il vero, di
qualsiasi altro. Il suo riferimento ci spiazza con la forza della sua
naturalezza: «Questa persona si chiama Gesù».
A Siena la rinascita
Trovarsi davanti a un personaggio famoso che si può dire dalla vita abbia avuto
molto, nonostante le difficoltà, e ascoltare una dichiarazione del genere, senza
traccia di misticismo o di fanatismo, ma animata da una profonda convinzione,
non è una situazione comune. Viene voglia di approfondire, di scavare, di
provare a capire meglio. «Il fatto è che a Siena», ci spiega Legrottaglie, «incontro
un calciatore paraguayano, Tomàs
Guzman, il quale un giorno mi chiede se credo in Dio. Gli rispondo di sì,
perché da piccolo mia madre mi portava alle riunioni della comunità evangelica
che frequentava, mi ha insegnato a pregare e ad amare Cristo. Con Guzmàn ho
iniziato un percorso, cominciando a leggere con regolarità la Bibbia. Ho
conosciuto veramente Gesù, ho cercato di capire cosa vuole da me e provo,
nonostante tutti i miei limiti, a seguirne l’esempio».
Legrottaglie fa parte oggi degli «Atleti
di Cristo», un movimento composto da professionisti di tutte le
discipline sportive, che hanno in comune l’amore per Gesù Cristo e il fatto di
riconoscerlo come loro Signore e Salvatore. «L’obiettivo del nostro movimento»,
prosegue il calciatore, «è quello di piantare un seme nell’ambiente in cui
operiamo, di essere strumenti di testimonianza, senza alcuna pretesa di
proselitismo». Sì, ma come riuscire a mettere in atto questi propositi in un
ambiente come quello del calcio professionistico, dove valori come etica,
purezza, sobrietà sembrano a volte creare un contrasto stridente. «Le cose non
stanno proprio così, talvolta chi giudica dall’esterno si fa influenzare dagli
stereotipi. È vero che siamo dei privilegiati e che da un punto di vista
materiale non ci manca niente. Però s! iamo persone e molti miei colleghi si
rendono conto di avere bisogno di qualcosa, capiscono che non esiste solo una
dimensione materiale nella loro esistenza; e quindi, contrariamente a quanto si
pensa, non è così difficile parlare di Dio nel mio ambiente, lo trovo un terreno
assolutamente fertile. Anzi, devo dire che spesso mi chiamano miei colleghi di
loro spontanea volontà, amici del mondo dello spettacolo, per chiedermi consigli
o semplicemente perché hanno bisogno di parlare, di aprirsi».
Bibbia e calcio
Viene naturale chiedersi se la «rinascita» professionale sia figlia di questa
esperienza di fede vissuta a 360 gradi. «Ritengo proprio di sì, perché è inutile
nasconderlo. Oltre il problema della pubalgia ci ho messo molto di mio: una vita
non sempre da atleta, una troppo alta considerazione di me stesso, una cura a
volte esasperata dell’apparenza». L’assist è troppo ghiotto per non
approfittarne: Ma quanto è cambiato il suo stile di vita? «Molto. La lettura
della Bibbia mi ha aperto gli occhi su tante cose e come dicevo prima mi ha
fatto capire cosa ci chiede Dio. Una volta compreso che il nostro corpo è sacro,
ho cercato di dedicargli ancora più attenzione e questo mi ha favorito anche in
prospettiva calcistica».
Legrottaglie trasmette una sensazione particolare. Ci si trova davanti a un
professionista estremamente serio, che vive con passione il calcio e che ha
legittime ambizioni, ma contemporaneamente pare un alieno rispetto a questo
mondo e in fondo ti lascia la sensazione di affrontare il tutto con animo molto
leggero. «Beh, se devo essere sincero oggi non mi riconosco nel Legrottaglie di
qualche anno fa: ero permaloso, vendicativo e reagivo spesso con veemenza.
D’altronde, se non fosse cambiato questo mio atteggiamento tutto quello di cui
ho parlato finora sarebbe solo aria fritta. Però ammetto che critiche e
apprezzamenti non mi lasciano indifferente, tutt’altro. Faccio questo sport con
tanta passione e desidero dare il meglio e spero di raggiungere traguardi
importanti. Ma non voglio farmi condizionare dallo stress, perché il mio scopo
nella vita è un altro e per questo cerco il più possibile di estraniarmi dalle
pressioni».
Questa rinascita è testimoniata anche dal fresco rinnovo di contratto, che gli
garantisce un futuro in maglia bianconera fino al giugno del 2010. A quell’epoca
Legrottaglie avrà 34 anni e forse sarà agli sgoccioli della carriera. È
presumibile che un ragazzo così maturo abbia già in mente dei progetti, che
abbia pensato a cosa fare da grande. «Non è un mio assillo, nel senso che vivo
con molta serenità l’idea di quella prospettiva. Il mio scopo continuerà a
essere uno solo: parlare di Cristo agli altri e dei valori che ci ha trasmesso
per contribuire nel mio piccolo a rendere questo mondo un posto un po’ migliore.
E sarà lui a farmi capire in quale ambito o contesto potrò farlo. Se devo
esprimere un mio desiderio, mi piacerebbe continuare a operare nel mondo del
calcio, possibilmente rimanendo alla Juve stessa, un ambiente che considero
adatto e sensibi! le ai valori che sto vivendo. Ma è comunque un problema
secondario; confesso che non mi dispiacerebbe affatto un’esperienza missionaria
in Africa, dove sicuramente c’è tanto da fare».
«Missione Possibile»
Quest’ultima affermazione non ci coglie di sorpresa. Nicola è impegnato
attivamente su questo fronte; è infatti testimonial dell’Organizzazione non
governativa «Missione Possibile», che si occupa di dare sostegno tangibile ai
popoli più in difficoltà. «Una cosa posso dirla con certezza, continua il
difensore della Juve, «a differenza di Kakà, non studierò per diventare pastore
evangelico, non credo di averne le caratteristiche».
La schiettezza e la semplicità del nostro calciatore emergono palesemente quando
gli ricordiamo di quel «premio» vinto nel 2003: il bidon d’oro, assegnato da una
giuria di giornalisti prestigiosi al giocatore più deludente della stagione, a
cui fa però da contraltare un riconoscimento recente attribuitogli dai
giornalisti di tutta Europa, che lo hanno giudicato quarto miglior giocatore del
continente in termini di margini di miglioramento nel 2007. «Mi ricordo molto
bene il bidon d’oro, fu una vera mazzata. Quest’ultimo riconoscimento, lo scopro
ora, perché non ne sapevo niente… Certo che è un peccato». Scusi? «Sì, potevo
almeno essere sul podio!».
L’immagine più vera dell’uomo Nicola Legrottaglie è forse tutta in quest’ultima
battuta ed è difficile non provare una naturale simpatia per la persona, per la
sua capacità di smitizzare e di essere lieve. Fino a consegnarci un’ultima
considerazione: «Un riconoscimento del genere non ti lascia indifferente e dico
sinceramente che mi fa molto piacere. So però di non dover ringraziare me stesso,
ma il mio Allenatore segreto».