PARLANO DI NOI: 


(20 marzo 2008)

Eddy Ratti torna alla vittoria dopo due anni
Ratti fa il Cannibale in Istria

Il lodigiano della Nippo-Endeka si aggiudica la corsa a tappe croata e torna alla vittoria dopo due anni. Atleta di Cristo come Kakà e Legrottaglie, spiega: "Fare la vita da cristiani è come fare la vita da corridori"

Marco Pastonesi

MILANO, 20 marzo 2008 - Suo padre, che impazziva per Merckx, l’ha chiamato Eddy. "Bel nome — ammette Eddy Ratti — anche se un po’ pesante da portare in bici". Ma almeno per qualche giorno si è sentito anche lui Eddy, molto Eddy, un vero Eddy: e da Eddy ha fatto il Cannibale al Giro dell’Istria. Quattro giorni, 200 corridori, per lui una vittoria di tappa e la classifica finale. "Il primo giorno il prologo: un km e mezzo, neanche il tempo di partire ed eri già arrivato, io 24° a 6" dal vincitore, neanche male per uno delle mie caratteristiche da diesel. Il secondo giorno una tappa ondulata, salitelle di 2, al massimo 3 km, più uno strappo finale di 600 metri. Grazie alla mia squadra l’ho preso davanti, ma sono rimasto senza gambe. Ivan Fanelli aveva una marcia in più e ha vinto, io 7°. Il terzo giorno la tappa più impegnativa. Ero andato a vederla con il mio d.s. Fabrizio Guidi: una salita finale, lunga 4 km, e gli ultimi 350 metri in pavè. Guidi mi ha catechizzato: ’Sta’ coperto, corri sulle ruote, tanto tutto si deciderà lì, sul pavè’. Detto e fatto. A quel punto eravamo rimasti in quattro, ho attaccato, creato un buco, tirato diritto. E vinto".
Non gli capitava da due anni: "Alla Settimana Lombarda del 2006, la tappa di Bergamo. Allora correvo per la Naturino. L’anno dopo sono passato all’Aurum Hotels. Quindici giorni di corsa fino a giugno, poi la squadra ha dovuto chiudere, e da allora non ho più gareggiato". Ma Ratti non si è arreso: "La Federazione italiana ci ha aiutato a riscuotere almeno 5 mesi di stipendio, poi mi sono dovuto arrangiare con il lavoro di mia moglie, un aiuto dai miei genitori e i miei risparmi". Finché è riuscito a firmare con la Nippo-Endeka diretta da Simone Mori: "Nonostante tutto, mai avuto la tentazione di mollare. Non così. Non sarebbe stato da me. So quanto dedico al ciclismo: il 100 per cento". Ma torniamo al Giro dell’Istria: "Quarta e ultima tappa, la più difficile, non per il percorso, ma per gli attacchi. Con squadre di sei corridori, controllare la corsa era un’impresa. Via una fuga di 11, dentro due uomini di classifica, tenuta a un minuto. Sulla seconda salita il secondo e il terzo della generale ci hanno dato una mano, così siamo rientrati. E una volta rientrati, i fuggitivi si sono smontati". Così Ratti ha portato a casa la maglia gialla di leader della corsa come ricordo. "Altri ricordi: le strade, belle; i paesaggi, intatti; il tempo, benigno. Se fosse piovuto, l’asfalto sarebbe diventato viscido, scivoloso, roba da non riuscire a stare in piedi, figurarsi in bici". Ratti ringrazia tutti, dai tecnici ("Che hanno creduto in me") ai compagni ("Senza di loro..."), dal ciclismo ("Per me è vita, lavoro, hobby, dentro c’è un po’ di tutto. Se non mi piacesse, neanche salirei in bici") a Gesù ("Sono un atleta di Cristo"). Spiega: "’Atleti di Cristo’ è un movimento composto da sportivi professionisti di tutte le discipline. Abbiamo in comune l’amore per Gesù Cristo, lo riconosciamo come Signore e Salvatore della nostra vita, e ci assumiamo la responsabilità di vivere una vita cristiana concorde alla volontà di Dio nello sport". Come Kakà, come Legrottaglie. Una strada in salita o in discesa? "Una strada dura. Fare la vita da cristiani è come fare la vita da corridori: tutti i santi giorni allenarsi, seguire la parola, leggere un verso della Bibbia, ispirarsi... Ma questo dà più forza e più morale". Così, quando gli chiedono un autografo, Ratti non scrive "sportivamente" o "con simpatia", ma predica "Dio è fedele" o "Gesù ti ama".