PARLANO DI NOI: 


(31 dicembre 2005)

Zé Maria: «Colpito dalla loro capacità di pregare insieme»

Il trentaduenne difensore brasiliano dell’Inter fa parte dei cosiddetti Atleti di Cristo: «Dalla Bibbia tanta serenità e il coraggio di affrontare i problemi»

Ho sentito parlare di frère Roger e della Comunità di Taizé, specie da quando sono arrivato in Europa per giocare a calcio. E rimango sempre molto colpito dalla grande voglia che hanno questi giovani di ritrovarsi, di stare insieme, e di condividere i momenti particolari della vita attraverso la preghiera». Parola del 32enne difensore brasiliano dell’Inter, José Marcelo Ferreira, in arte Zé Maria.
Il suo cammino calcistico è iniziato molto prima di incontrare la fede e oggi la sua «comunità» è quella degli «Atleti di Cristo», composta da una trentina di sportivi, solo in Italia.
Zé Maria, cristiano di confessione battista, i primi calci ad un pallone li ha tirati sulle strade povere e polverose di Oeiras, stato di San Paolo. È lì che lo rintracciamo, a San Paolo, dove è tornato a trovare la sua famiglia e per guarire dall’ennesimo infortunio (al ginocchio) che ha condizionato la sua carriera sportiva. «Per i tanti infortuni ho perso la possibilità di partecipare a due Mondiali (nel ’94 e nel ’98). A 24 anni per una pubalgia, i medici mi dissero addirittura che era già tempo di smettere. Il responso della scintigrafia fu implacabile: si consigliava l’abbandono dell’attività agonistica. Rimasi senza fiato. Corsi a casa, ero disperato, e davanti a mia moglie Sandra scoppiai a piangere come un bambino».
Giorni duri per Zé Maria, illuminati ad un tratto da una inaspettata telefonata di speranza. «A chiamarmi fu mia suocera, Cleide, una battista praticante. Mi disse di smetterla di piangere e di cominciare a pregare Dio e mi ripeteva: “Vedrai che Lui è grande e ti aiuterà”. Io non so se si possa parlare di miracoli, ma qualcosa di prodigioso accadde di sicuro. Il giovedì successivo, nella nuova scintigrafia quella brutta macchia dell’infiammazione era scomparsa...».
Da quel momento Marcelo si mise a leggere la Bibbia e oggi si sente un «uomo nuovo», sempre più vicino a Dio che lo rende forte in campo e felice nella vita di tutti i giorni. Specie nei momenti difficili come questo che è chiamato a superare. «Adesso nelle 4-5 ore al giorno in cui sono costretto a stare fermo con l’elettrostimolatore applicato al ginocchio, approfondisco le letture della Bibbia. Un capitolo al giorno della Scrittura, mi fa tornare sereno e allenta il dolore fisico oltre a quello psicologico del
dover restare ancora lontano da un campo e dalla mia passione per il calcio. Con il tempo ho capito che è proprio attraverso il dolore fisico che mi sento ancora più vicino spiritualmente a Cristo e al sacrificio che ha compiuto per tutti noi».
Una serenità di vita quella di Marcelo che ha un unico cruccio: quando gioca spesso non può presenziare alle funzioni della domenica. «Cerco di rimediare con la preghiera prima di entrare in campo. Prego per me e i miei compagni, ma anche per gli avversari, perché tutto vada bene e nessuno si faccia male in campo. E soprattutto chiedo al Signore che fili tutto liscio sugli spalti e non accadano episodi di violenza».
C’è una forma particolare di violenza che da sempre Zé Maria non tollera e combatte con tutte le sue energie. «Il fatto che in campo ci siano giocatori che nominano Dio invano, è una cosa che mi ha sempre dato fastidio, anche prima che abbracciassi la fede. La bestemmia è una delle tante forme di violenza che esistono ovunque, ma è importante combatterla e magari cercare di vincerla definitivamente».
In questa lotta Zé Maria, anche nel calcio, non è più solo. «Discuto molto con i miei compagni dell’Inter di questi problemi, ma anche con i brasiliani del
Milan come Kakà. Con Adriano riusciamo a trovarci anche il lunedì sera a casa mia per commentare la Bibbia. Siamo in contatto anche con altri atleti che ci danno una mano a divulgare la parola di Dio. È solo grazie al Signore se sono diventato un calciatore professionista amato dalla gente e che può disporre del denaro necessario per aiutare le persone più bisognose. Nel mio Paese, almeno l’80% della popolazione vive in povertà. E in Brasile come in tante parti del mondo c’è ancora tanto da fare... Per questo sto raccogliendo dei fondi per terminare un asilo nido che realizzeremo a Campinas nel 2006. È una piccola cosa lo so, ma con l’aiuto di Dio possiamo compiere opere sempre più grandi».