PARLANO DI NOI:

Zé Maria: «Colpito dalla loro capacità di pregare insieme»
Il trentaduenne difensore brasiliano dell’Inter fa parte dei cosiddetti Atleti di Cristo: «Dalla Bibbia tanta serenità e il coraggio di affrontare i problemi»
Ho sentito
parlare di frère Roger e della Comunità di Taizé, specie da quando sono arrivato
in Europa per giocare a calcio. E rimango sempre molto colpito dalla grande
voglia che hanno questi giovani di ritrovarsi, di stare insieme, e di
condividere i momenti particolari della vita attraverso la preghiera». Parola
del 32enne difensore brasiliano dell’Inter, José Marcelo Ferreira, in arte
Zé
Maria.
Il suo cammino calcistico è iniziato molto prima di incontrare la fede e oggi la
sua «comunità» è quella degli «Atleti di Cristo», composta da una
trentina di sportivi, solo in Italia.
Zé Maria, cristiano di confessione battista, i primi calci ad un pallone li ha
tirati sulle strade povere e polverose di Oeiras, stato di San Paolo. È lì che
lo rintracciamo, a San Paolo, dove è tornato a trovare la sua famiglia e per
guarire dall’ennesimo infortunio (al ginocchio) che ha condizionato la sua
carriera sportiva. «Per i tanti infortuni ho perso la possibilità di partecipare
a due Mondiali (nel ’94 e nel ’98). A 24 anni per una pubalgia, i medici mi
dissero addirittura che era già tempo di smettere. Il responso della
scintigrafia fu implacabile: si consigliava l’abbandono dell’attività agonistica.
Rimasi senza fiato. Corsi a casa, ero disperato, e davanti a mia moglie Sandra
scoppiai a piangere come un bambino».
Giorni duri per Zé Maria, illuminati ad un tratto da una inaspettata telefonata
di speranza. «A chiamarmi fu mia suocera, Cleide, una battista praticante. Mi
disse di smetterla di piangere e di cominciare a pregare Dio e mi ripeteva:
“Vedrai che Lui è grande e ti aiuterà”. Io non so se si possa parlare di
miracoli, ma qualcosa di prodigioso accadde di sicuro. Il giovedì successivo,
nella nuova scintigrafia quella brutta macchia dell’infiammazione era scomparsa...».
Da quel momento Marcelo si mise a leggere la Bibbia e oggi si sente un «uomo
nuovo», sempre più vicino a Dio che lo rende forte in campo e felice nella vita
di tutti i giorni. Specie nei momenti difficili come questo che è chiamato a
superare. «Adesso nelle 4-5 ore al giorno in cui sono costretto a stare fermo
con l’elettrostimolatore applicato al ginocchio, approfondisco le letture della
Bibbia. Un capitolo al giorno della Scrittura, mi fa tornare sereno e allenta il
dolore fisico oltre a quello psicologico del
dover
restare ancora lontano da un campo e dalla mia passione per il calcio. Con il
tempo ho capito che è proprio attraverso il dolore fisico che mi sento ancora
più vicino spiritualmente a Cristo e al sacrificio che ha compiuto per tutti noi».
Una serenità di vita quella di Marcelo che ha un unico cruccio: quando gioca
spesso non può presenziare alle funzioni della domenica. «Cerco di rimediare con
la preghiera prima di entrare in campo. Prego per me e i miei compagni, ma anche
per gli avversari, perché tutto vada bene e nessuno si faccia male in campo. E
soprattutto chiedo al Signore che fili tutto liscio sugli spalti e non accadano
episodi di violenza».
C’è una forma particolare di violenza che da sempre Zé Maria non tollera e
combatte con tutte le sue energie. «Il fatto che in campo ci siano giocatori che
nominano Dio invano, è una cosa che mi ha sempre dato fastidio, anche prima che
abbracciassi la fede. La bestemmia è una delle tante forme di violenza che
esistono ovunque, ma è importante combatterla e magari cercare di vincerla
definitivamente».
In questa lotta Zé Maria, anche nel calcio, non è più solo. «Discuto molto con i
miei compagni dell’Inter di questi problemi, ma anche con i brasiliani del
Milan
come Kakà. Con Adriano riusciamo a trovarci anche il lunedì sera a casa mia per
commentare la Bibbia. Siamo in contatto anche con altri atleti che ci danno una
mano a divulgare la parola di Dio. È solo grazie al Signore se sono diventato un
calciatore professionista amato dalla gente e che può disporre del denaro
necessario per aiutare le persone più bisognose. Nel mio Paese, almeno l’80%
della popolazione vive in povertà. E in Brasile come in tante parti del mondo
c’è ancora tanto da fare... Per questo sto raccogliendo dei fondi per terminare
un asilo nido che realizzeremo a Campinas nel 2006. È una piccola cosa lo so, ma
con l’aiuto di Dio possiamo compiere opere sempre più grandi».