Carlos Clay França

Carlos Clay França

Triestina Calcio

Brasile

Carlos França, com'è nata la tua passione per il calcio?

È nata da bambino. Papà era allenatore di calcio e io a sei anni già giocavo nella squadra del mio paese, Jaguariuna. A 11 anni entrai nella rosa del Guaranì, che all'epoca aveva la più forte scuola calcio del Brasile. Poi ho fatto un anno e mezzo al Sao Paolo e dal 1994 sono diventato un calciatore del Santos, squadra con la quale ho esordito come professionista. 

Una carriera che ti ha portato a girare il mondo: Brasile, Spagna, America, Italia.

Nel Santos ho giocato fino al 2000. Poi, sempre in Brasile, ho giocato per XV De Jau, Union Barbarense, Bragantino, Sao Bento e AA Flamengo (in seconda divisione). Nel 2005 sono arrivato in Europa, Spagna, dove ho giocato per due stagioni nel Ce Europa. È in questi anni che mi è stato diagnosticato il tumore a una vertebra, e allora ho dovuto fermarmi per due anni, tornare in Brasile, operarmi e seguire una lunga riabilitazione. Grazie a Dio, non solo sono guarito, ma ho anche potuto tornare a giocare a calcio. Ho ricominciato dai Chicago Fire, in America, e poi sono arrivato in Italia. Nel 2009 sono approdato al Chiavari e, dopo due stagioni con loro, ho vestito per qualche mese la maglia del Bogliasco. Da dicembre 2011 gioco nel Legnago Salus.

L'emozione calcistica più bella?

La promozione con il Chiavari è stato un traguardo importante. A inizio campionato non eravamo certo tra le formazioni favorite, ma abbiamo dimostrato di essere una squadra unita. E poi da quando gioco in Italia ho cambiato ruolo: ero terzino sinistro, ora gioco come punta. Nelle ultime tre stagioni, ho segnato 65 reti.

Cosa ti piace di più del tuo sport?

Il gol è l'apice di tutto. Ma è l'insieme dello sport più in generale che mi piace: il calcio è forza fisica e agilità, potenza e intelligenza, velocità e tempestività, tattica e tecnica.

Raccontaci del tuo incontro con Gesù.

Mia moglie, Camila, è credente da tanti anni e, quando eravamo ancora fidanzati, mi invitava sempre ad accompagnarla in chiesa. Io trovavo ogni volta una scusa. Le dicevo: “Ti aspetto fuori. Vado a vedere la partita al campo qui vicino e ti vengo a prendere alla fine del culto”. E così ho fatto per anni. Non mi interessavo a Dio. È stata la mia malattia a farmi arrendere alla sua potenza.

Raccontaci.

Giocavo in Spagna, Barcellona. Per quattro mesi, ho continuato ad avere un dolore forte alla schiena. Ai tempi avevo un fisico molto grosso, ora sono più asciutto. Dicevano che era una frattura della vertebra per stress, ma il dolore non accennava a diminuire. A fine stagione, tornai in Brasile. E qui mi diagnosticarono un tumore, vicino al midollo. Fui operato subito, l'intervento fu rischioso e mi lasciò con uno spazio “vuoto” all'interno della vertebra. Per questo i medici diedero per scontato che non avrei più ripreso a giocare.

Invece?

Dopo l'intervento, ho iniziato la fisioterapia. Sono stato seguito da Nivaldo Baldo (già fisioterapista di Amoroso), che si interessò a me come caso particolare. Mi diceva sempre che il mio recupero era fuori dal comune. Entravo in clinica alle 9 e uscivo alle 18. Così ho fatto per 10 mesi. È stato nel corridoio della clinica, durante una camminata, che mi sono arreso a Gesù. Sentivo che mi diceva: “Non mollare, non mollare”. La mia conversione è stata una conversione arrivata attraverso il dolore.

Dal dolore alla gioia di sapersi salvato.

Solo allora ho capito quello che Gesù aveva fatto per me, per noi, morendo per i nostri peccati. Allora mi ricordai di quando ero in Brasile e giocavo nel Santos. Ai tempi avevo 14-15 anni, e alla fine degli allenamenti c'era un signore che ci radunava tutti insieme e ci parlava di Dio. Io ci andavo ma solo perché ci offrivano da mangiare. Non ho mai prestato troppa attenzione ai suoi discorsi.

Com'è cambiata la tua vita?

Oggi vivo sotto la Sua guida e ascolto quello che mi dice, quello che vuole da me, quello che mi consiglia di fare. Come un figlio che chiede al proprio papà. Noi uomini facciamo spesso i nostri piani, ma a volte Lui ha per noi piani diversi, che sono sempre più grandi. È giusto avere dei sogni, ma è Lui che decide se i nostri sogni sono il miglior modo per portargli gloria. Io ho avuto la possibilità di tornare a giocare a calcio. Dopo 10 mesi dall'intervento, ricominciai a correre. Era ottobre 2007. E a febbraio 2008 ero già in campo. Poi, a gennaio 2009 mi sono sposato e un anno più tardi sono diventato papà.

Che consiglio dai a chi sta cercando Dio?

Uno solo: continua a cercare. Rivolgiti a qualcuno spiritualmente maturo, che possa vincere i tuoi dubbi e spiegarti bene il messaggio della Bibbia.

Come vivi il tuo essere Atleta di Cristo in campo?

Ognuno di noi ha dei doni spirituali, io cerco di fare fruttare i miei. Di certo, non ho il dono della parola. Non sono uno bravo a “spiegare” la Bibbia, allora cerco di essere crisitano nei comportamenti. “Spiego” l'amore di Dio nell'atteggiamento verso i compagni, nel modo in cui gestisco le situazioni. Noi dobbiamo essere sempre luce.

Il tuo versetto preferito?

Filippesi 4:13 - “Tutto posso in colui che mi fortifica”.

 

A cura di Silla Gambardella