Diego Zivic

Diego Zivic

Basket

Italia

Diego Zivic, classe 1976, ala-pivot e capitano della Bitumcolor Aquila Basket Trento. Come è iniziata la tua carriera?

Prima della pallacanestro, giocavo a calcio. Ero portato per il pallone, tanto che a 14 anni arrivai ad essere convocato nella Rappresentativa regionale del Friuli Venezia Giulia. Ma fu proprio allora che il calcio cominciò ad annoiarmi. Per i miei gusti, stava diventando uno sport troppo… noioso. Così decisi di cambiare disciplina. Sono alto 1,99 metri e provai con il basket. Mi piacque subito.

Come è stato il tuo cammino sportivo?

Fin da subito, presi la pallacanestro con impegno. Dissi a me stesso che se il basket non fosse diventato il mio lavoro, avrei lasciato per proseguire gli studi e iscrivermi all’università. Non ce ne fu bisogno. A diciannove anni, ero già semi-professionista, a Potenza, serie B2. La stagione successiva fui ad Olbia e quella dopo in B1, a Bergamo. Sempre in B1, militai successivamente a Riva del Garda, dove ho giocato per tre anni. Poi sempre in giro per l’Italia: Casale, Trapani, Latina, Firenze, Porto Torres, Omegna, Ferrentino. Oggi sono capitano della Aquila Trento Bitumcalor.

La tua partita più bella?

Nello sport, sono state tante le vittorie. Ma la più bella di tutte le mie partite è quella che ho vinto nella vita, rinnovando la mia fede.

Racconta.

Sono cresciuto in una famiglia evangelica e fino a 16 anni ho frequentato la nostra chiesa di Trieste e, in estate, i campi all’Isola del Gran Sasso. Poi, uscito di casa per intraprendere la mia carriera sportiva, mi sono  un po’… perso. Come giocatore, comincia a guadagnare qualche soldino e a vivere in un mondo dove tutto sembrava facile. Potevo avere donne e divertimenti in modo facile. In breve, misi da parte tutti gli insegnamenti dei pastori.

La svolta?

Tre anni fa ebbi una malattia, che ora grazie a Dio sono riuscito a risolvere. Durante questo periodo, mi fu molto vicino il mio pastore di Trieste. Ricominciai a leggere la Bibbia quotidianamente. E più la leggevo, più mi rendevo conto che avevo bisogno della Parola del Signore. Dopo due anni di studi, mi capitò tra le mani il primo libro di Nicola Legrottaglie. E proprio mentre leggevo la sua biografia, capii che anche io avrei dovuto cambiare vita.

Come è cambiata la tua vita?

L’ho messa interamente nelle mani di Dio e ora ho una serenità e una pace interiore che sono difficili da comunicare. Per capirle, bisognerebbe viverle. I problemi di ogni giorno ci sono sempre, ma ora è cambiato il modo con cui mi pongo di fronte ad essi. Prima ero istintivo e affrontavo ogni difficoltà in modo irrazionale: bevevo, andavo in discoteca, pensavo a divertirmi in modo effimero, insomma facevo vita mondana. Erano tutti tentativi di colmare un vuoto interiore. Al momento, quel vuoto veniva colmato. Ma quando i divertimenti finivano, il vuoto si ripresentava più profondo di prima.

E ora?

Ora il vecchio Diego ha lasciato posto al nuovo Diego. Il vecchio Diego era un ragazzo eccentrico. Eccentrico nel modo di fare e anche nell’aspetto. Ero incline al nervosismo in campo e portavo gli orecchini. Oggi, invece, cerco di rispecchiare il più possibile gli insegnamenti di Gesù. Nel mio sport, ad esempio, cerco di dare per primo un esempio di sportività, anche quando sarebbe più facile scontrarsi con l’avversario. Ho eliminato la mia cattiveria agonistica.

Come ti rendi testimone di Cristo?

Cerco di parlare di Dio ai miei compagni e colleghi. Ad ogni partita che giochiamo in casa, regalo dieci bibbie alla squadra ospite. Alcuni prendono questo gesto con superficialità e pensano che sia solo un comportamento di facciata. Ma se posso lanciare un messaggio, vi invito a leggere davvero le bibbie che vi regalo. Il vecchio Diego, quello incline allo scontro, non esiste più proprio grazie alla mia rinnovata fede. Oggi, il mio obiettivo è fare conoscere la “buona novella” a più persone possibili del mio ambiente, a partire dai ragazzi.

Qual è il tuo passo della Bibbia preferito?

Dalla lettera ai Filippesi 4:13 - “Tutto posso in colui che mi fortifica”.

 

A cura di Silla Gambardella