Luis Gabriel Sacilotto “Pituco”

Luis Gabriel Sacilotto “Pituco”

Calcio

Brasile

Luis, Luis Gabriel o Gabriel?

E' lo stesso... (sorride). Qui in Italia “Gabriel” va per la maggiore.

Sacilotto è un cognome italiano.

Infatti i bisnonni erano di Pordenone. Io ho la doppia cittadinanza.

Descriviti in una frase

Sono una persona nata per lavorare, per affrontare le sfide, per superare gli ostacoli. E questo lo devo a mio padre e agli insegnamenti della mia famiglia.

Come nasce la tua passione per il calcio?

Fin da bimbo. Già all'età di tre, quattro anni, mi svegliavo nel cuore della notte e reclamavo il desiderio di giocare a pallone. Così mio padre mi esaudiva. Stava sveglio con me e palleggiavamo in casa. A sette anni papà mi iscrisse in una società di calcio e disputai il mio primo campionato.

Che cos'è per te lo sport?

Lo sport è innanzitutto passione. Grazie a Dio, questa passione oggi mi da anche di che vivere.

Hai fatto tutte le giovanili con il Rio Branco, poi sei approdato in Italia. Un sogno che si è realizzato, visto le tue origini?

Esatto. Fin da adolescente sognavo di fare del calcio la mia professione e avevo nel cuore il desiderio di giocare in Europa. Prima dell'Italia, feci un'esperienza di un anno a Dublino. Avevo diciott'anni. L'Irlanda non è proprio la patria del pallone, ma quell'esperienza mi fece crescere tanto. Purtroppo trascorsi i primi otto mesi senza giocare, per problemi di visto. Mi allenavo e basta. Ma calcisticamente maturai molto. 

Poi?

Dopo Dublino, tornai per qualche tempo in Brasile, sempre con il Rio Branco. Disputai il Torneo Giovanile, che è un po' come il vostro Torneo di Viareggio. Segnai cinque reti in sette presenze. Così l'anno dopo fui promosso in prima squadra e disputai il campionato paulista, la vostra serie “A”. E nel 2005 fu la volta dell'Italia.

Perugia (2005-06), Cesena (2006-09), Lanciano (2009-11), Nocerina (2011-12) e Latina. La partita che ricordi con più piacere?

Ne scelgo una abbastanza recente: Nocerina-Vicenza, che coincise con il mio esordio da titolare nella squadra campana. Segnai anche una rete. Fu una belle emozione.

Un tuo pregio e un tuo difetto.

Il pregio: sono una persona sempre disponibile e a darsi da fare per gli altri. Il difetto: a volte mi piace fare di testa mia.

Com'è avvenuto il tuo incontro con il Signore?

Fin da piccolo sono cresciuto in un ambiente cattolico: nonna cattolica, papà e mamma cattolici. Papà mi portava sempre a messa quando ero bambino. Per me era un impegno che sentivo un po' come un obbligo. Crescendo, siccome la domenica avevo sempre la partita, la mia presenza in chiesa cominciò a diminuire. E quando arrivai a Dublino, siccome ero ormai lontano da papà, smisi completamente di frequentare. L'anno in Irlanda mi allontanai molto dal Signore. Sai, sostengo che la fede sia come un muscolo: se non l'alleni, si atrofizza. 

Quindi?

A Dublino cominciai a sentirmi vuoto. Stavo impostando la mia vita facendo ogni scelta di testa mia. Poi, grazie a Dio, l'incontro e il matrimonio con mia moglie è stato il mezzo attraverso il quale il Signore mi ha riportato a sé.

Raccontaci.

Mia moglie è una carissima amica di mia cugina, perciò ci conoscevamo da tempo. Ma il nostro amore sboccio all'improvviso, nel 2008, e crebbe vertiginosamente: dopo 4 mesi, già decidemmo di sposarci. La gente pensava che stessimo correndo, ma in realtà eravamo entrambi pienamente consapevoli di quello che stavamo facendo. Lei per me è stata una benedizione. Raccontandomi della sua esperienza di fede e mostrandomi giorno dopo giorno i frutti di questo credo, mi ha fatto cambiare modo di pensare, di vedere le cose. Io stavo cercando Dio per conto mio, e lei mi ha dato la “spinta” giusta per trovarlo. Dopo un anno e mezzo, il 13 giungo 2010 decisi di battezzarmi.

Com'è cambiata la tua vita?

Prima della mia conversione, prendevo le mie decisioni seguendo le emozioni, i sentimenti. Ora invece metto sempre Gesù al primo posto. Ogni scelta importante che devo compiere nella mia vita, passa attraverso la preghiera. Posso affrontare la realtà in modo tranquillo, fiducioso. So che l'amore di Dio è infinito e che Lui vuole il nostro bene. Sento che ho bisogno ogni giorno di riempire il mio cuore del Suo amore, attraverso lo studio della Sua Parola. 

Come vivi la realtà degli Atleti di Cristo?

Li conosco da poco, ma devo dire che conoscerli è stato determinante fin dal primo incontro. La scorsa Pasqua, a Loppiano, ho vissuto una giornata speciale. Ho riflettuto parecchio sul “perché” di questo gruppo. E mentre tornavo a casa in auto, io e mia moglie abbiamo cominciato a parlarne. Ho capito che fino a quel momento non avevo vissuto pienamente il mio compito di testimone di Cristo. Ho capito che avrei dovuto fare di più. Così, tornato a Latina, al successivo allenamento con la mia squadra, ho preso da parte qualcuno dei miei compagni che sapevo aveva più bisogno del Signore, e ho cominciato a chiedergli cosa ne pensasse di Gesù. E' stato il primo approccio che ho sperimentato per condividere il messaggio di Cristo. E questo momento mi ha dato subito una grande gioia. E' come se mi fossi tolto un peso, in quell'istante. Mi sono sentito più leggero, perché ho capito che finalmente mi stavo rendendo utile per la gloria di Dio. Senza l'incontro con gli Atleti, probabilmente ora sarei ancora a pregare nella mia cameretta. 

La testimonianza è importante.

E' fondamentale. E' Gesù che ce lo chiede. Ringrazio Jason, Sergio e Giovanni, che durante l'incontro di Loppiano hanno speso il loro tempo a parlare con me di questo. 

Cosa vorresti dire a chi sta leggendo la tua intervista e ha bisogno di conoscere il Signore?

Primo: dobbiamo avere uno scopo nella vita. E per avere uno scopo valido, per la vita eterna, c'è una sola direzione: conoscere l'amore di Dio. Quando lo conosceremo, riempiremo la nostra vita. Dio è già lì che ci ama, anche se non ce ne accorgiamo, ed è pronto a donarsi a noi. 

Il tuo versetto della Bibbia preferito?

Filippesi 4:13 - “Tutto posso in Colui che mi fortifica.



A cura di Silla Gambardella