Gianluca Macrì

Gianluca Macrì

ASD Cotronei 1994 Calcio

Italia

Gianluca Macrì, descriviti in una frase.  

Sono una persona semplice. 

Com'è nata la tua passione per il calcio?

Mio padre allenava la squadra del mio paese e io già a tre anni sedevo in panchina di fianco a lui. A quell'età avevo già il pallone tra i piedi e quando cominciai la scuola, ricordo che il pomeriggio, dopo le lezioni, ero sempre per strada a giocare con gli amici. Ricordo tante ginocchia sbucciate e tante suole delle scarpe consumate... 

E la tua carriera professionale? 

A 11 anni ebbi la possibilità di entrare nelle giovanili della Reggina. Qui ho fatto tutte le trafile, fino alla Primavera. Successivamente, sempre con la Reggina, ho coronato il sogno di arrivare alla serie cadetta, nel 2001, e alla serie A, nel 2005. In mezzo, ho vissuto quattro anni di prestito a varie società: Fermana, Martina Franca, Frosinone e Lodigiani. E dopo l'anno di professionismo nella massima serie, mi sono trovato a «girare» ancor a un po': ho vestito le maglie di Cittadella, Giulianova, Manfredonia, Paganese, Fortis, Acireale e Chiavari.  

Com'è la vita del calciatore? Si viaggia molto? 

Ti dirò: la televisione e i media spesso ci propongo uno stereotipo non vero del calciatore. Lasciano passare solo il «fenomeno» che guadagna tanti soldi e va in giro con la bella macchina. Così noi calciatori finiamo per sembrare dei personaggi dello spettacolo dai gusti mondani. Il calcio non è solo questo. Il calcio è innanzitutto uno sport bellissimo che ti chiede di metterti al servizio della squadra. È uno sport di valori, che oggi spesso vengono dimenticati. E poi, il calciatore ha la fortuna di viaggiare molto, conosce diverse realtà e diverse culture calcistiche. Io mi sento ogni volta arricchito da ogni nuova esperienza, in ciascuna città dove gioco.  

La partita che ricordi con più piacere? 

Cava dei Tirreni – Acireale, della stagione 2012-13. Non è stata una vittoria, ma una partita «particolare». In quel periodo, la nostra società, l'Acireale, versava in una situazione di crisi economica prossima al fallimento. Non avevamo più nemmeno il ristorante pagato dalla squadra. Infatti ricordo che prima della partita pranzammo con un panino in autogrill, a nostre spese. Eravamo quasi sul punto di rinunciare a scendere in campo, ma poi i più giovani della squadra, desiderosi di giocare, motivarono anche il gruppo dei senatori. Quella fu la partita in cui ci sentimmo più «squadra» di sempre. Giocammo per i nostri tifosi. Alla fine pareggiammo 1-1, ma fu come una grande vittoria. Tutti infatti ci davano già per battuti. Il significato di quella partita fu più profondo del semplice giocare sul campo.  

Come hai conosciuto il Signore? 

È stato un percorso lungo. La prima Bibbia me la regalò Jonatas Moro, brasiliano, mio compagno al Manfredonia. Facevamo tutti i giorni la strada insieme, sulla stessa macchina, per recarci sul campo di allenamento, condividendo lunghe chiacchierate. Ma la sua Bibbia non l'aprii mai. E pensare che qualche anno prima, alla Reggina, avevo avuto come compagno di squadra Ciccio Favasuli, già Atleta di Cristo, con il quale ero e sono tuttora grande amico e che ai tempi mi aveva impressionato per questa sua fede. «Ma che cos'è questa sua fede?», mi chiedevo alle volte. Io la guardavo questa «fede», ma non riuscivo a toccarla, a viverla. Poi l'anno scorso avvenne che un altro mio compagno di squadra mi portò a una conferenza evangelica organizzata a Lentini, in Sicilia. Qui conobbi Nicola Legrottaglie. Fu la prima volta che sentii un sermone. Ricordo che prima di ascoltare la Parola di Dio, Nicola mi disse: «Ascolta con il cuore». E fu lo stesso Nicola che, alla fine di quella giornata, mi invitò a Missione Paradiso, la sua comunità a Catania. Lì, tra le tante persone presenti, ritrovai una cara amica, la quale mi regalò una seconda Bibbia. E stavolta cominciai a leggere sul serio. 

Racconta. 

Ricordo che una sera cominciai a leggere alle nove e finii alle due del mattino! Cinque ore con la Bibbia sotto gli occhi! E dire che passarono in fretta, e che più leggevo, più avevo voglia di scoprire, capire, imparare. Da lì si è liberata la mia fede. Non posso dirvi il giorno esatto in cui ho accettato Gesù. Preferisco dire che ho fatto un percorso per arrivare a Lui. Però posso dirvi il giorno in cui ho deciso di manifestare il mio ravvedimento in Cristo: il 25 agosto 2013, data del mio battesimo. 

Cosa ha portato Cristo nella tua vita? 

Cristo ha cominciato a modellarmi. Prima ero sempre teso, nervoso, con un peso addosso. Era come se dentro il mio cuore «gridasse». Eppure ero un calciatore, avevo raggiunto il mio sogno da bambino. Com'era possibile che dentro mi sentissi tanto vuoto? Ora lo so: il vuoto che avevo dentro era la mia lontananza da Dio. Solo Dio ha potuto colmare quel vuoto, perché noi siamo fatti a sua immagine. 

Basta preoccupazioni? 

I problemi ci sono sempre, le difficoltà non smetteranno mai di sfidarci. Ma ora so che è tutto sotto il dominio di Gesù. Ora posso affrontare ogni momento con la gioia e la pace nel cuore, perché tutto segue la Sua volontà. Marco lo dice nel suo Vangelo: «Cercate prima il Regno di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». È proprio così. Ora anche le piccolezze della vita le vedo con occhi diversi. 

Come ti rendi testimone della Buona Novella? 

L'amore di Cristo è così grande che sento necessario condividerlo con tutti quelli che conosco. Le occasioni nascono spontanee, spesso sono le persone a chiedermi. Anche a casa mia abbiamo potuto parlare a lungo del Vangelo. La mia famiglia è cattolica, i miei vanno sempre in chiesa, ma hanno un rapporto distaccato con le Scritture. Per me è stato bello dialogare, soprattutto con mio padre, e spiegargli che il Vangelo non è solo quello che il prete spiega a Messa, il Vangelo è una condizione di pace nel cuore che possiamo, dobbiamo esperire tutti i giorni. All'inizio i miei genitori non capivano molto quello che volevo comunicare loro; ma al mio battesimo, dopo la mia testimonianza, li ho visti toccati dentro.  

E con i tuoi compagni di squadra, riesci a parlare di spiritualità?

Certo. Di Gesù si può parlare ovunque, anche quando si è seduti in un pub con gli amici. Ricordo un ragazzo che un giorno mi disse: «Io non credo nella chiesa». Così gli spiegai che la chiesa non è il Vaticano, la chiesa è una comunità di credenti che possiamo fare anche ritrovandoci a casa. 

Come vivi il gruppo degli Atleti di Cristo? 

Penso che lo sport sia un ottimo veicolo per divulgare valori. Inoltre, i valori dello sport hanno anche una matrice cristiana: il mettersi al servizio della squadra, i sacrifici per gli allenamenti, usare i propri talenti per ricoprire un determinato ruolo, avere costanza, la correttezza e il rispetto delle regole in campo... Ho partecipato al primo incontro con gli Atleti lo scorso ottobre, in Toscana: è stata un'occasione di confronto e di incoraggiamento reciproco. E poi ho abbracciato due ex colleghi, Favasuli e Maurantonio, che non vedevo da tanti anni... 

Il tuo versetto preferito della Bibbia?

Dal Salmo 23: «Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.». Rispecchiano molto la mia vita, perché spesso mi trovo in giro per l'Italia, da solo, lontano dalla famiglia, ma con Lui sempre lì con me.  

Che pensiero lasci a chi sta leggendo la tua intervista ed è curioso di conoscere Dio? 

Dico che il Signore ci ama a prescindere dai nostri sbagli o errori, ci accetta per quello che siamo. Anzi, se ti vergogni per i tuoi peccati o perché senti che la tua vita a volte può essere un fallimento, ricordati che Gesù ti ama ancora di più. Come è riportato nel Vangelo di Luca: «Io non sono venuto a giudicare, ma a salvare il mondo. I sani non hanno bisogno del medico, ma i malati sì.» E noi, spiritualmente, siamo tutti malati...

 

A cura di Silla Gambardella