Leandro Vissotto

Leandro Vissotto

Gi Group Team Monza Volley

Brasile

Leandro Vissotto, raccontaci chi sei e dove nasce la tua passione per la pallavolo.

Sono brasiliano, di Rio de Janeiro, classe 1983. Ho scoperto la pallavolo per caso. Le mie due sorelle più grandi già giocavano e mia madre, per non lasciarmi solo a casa il pomeriggio, quando andava ad accompagnare loro agli allenamenti portava anche me. Un giorno l'allenatore delle mie sorelle mi vide e, siccome ero già molto alto, chiese a mia madre di farmi giocare. Da allora ho iniziato e non ho più smesso...

Quali sono state le tue squadre?

Fino al 2000 ho giocato nel Flamengo. Poi a 17 anni fui trasferito al Florianopolis e qui esordii nel professionismo. Ricordo che la mia prima partita fu la semifinale per lo scudetto. Dopo tre anni a Florianopolis, feci due anni a San Paolo. Poi giocai una stagione nel Minas e nel 2006 arrivai in Italia, a Latina. Dopo Latina, fu la volta di Taranto e successivamente Trento, per due stagioni. Poi nel 2010 tornai per una breve parentesi in Brasile, ma dal 2011 sono di nuovo in Italia. Ora gioco a Cuneo, società con la quale ho un contratto di due anni.

Come ti trovi in Italia?

Molto bene. Mi piace la squadra, l'ambiente, la città. Vivo qui con mia moglie Nathalia e mia figlia Catharina, che ha un anno e mezzo. Non vi nascondo che mi piacerebbe essere confermato nuovamente in questa squadra anche dopo la scadenza del mio contratto.

La tua partita più bella?

Posso dirne due? La prima è stata la finale di World League 2009, a Belgrado. Ho fatto 30 punti e la nostra squadra ha dovuto giocare anche contro l'arbitro... La seconda partita che non dimenticherò mai è la finale del Mondiale 2010, in Italia.

Con la nazionale brasiliana e con i tuoi club hai vinto di tutto: Campionato del Mondo, World League, Champions, Mondiale per Club... C'è un successo sportivo che ti manca?

Può sembrare strano, ma in Italia non sono ancora riuscito a vincere lo scudetto. Abbiamo vinto la Coppa Italia, ma il tricolore ancora mi manca.

Sei alto 2,12. Secondo le statistiche, sei il 105° uomo più alto della storia...

Davvero? Beh, non vi nascondo che ho qualche difficoltà quando devo dormire nei letti d'albergo, ma ormai ci ho fatto l'abitudine.

Come hai incontrato Gesù nella tua vita?

È successo nel 2006, a Belo Horizonte. Era la seconda volta che entravo in una chiesa, invitato da un caro amico credente. Avevo iniziato la mia ricerca perché nella vita che conducevo mi mancava qualcosa. Conducevo una vita mondana, mi piaceva divertirmi, come può piacere a ogni giovane. Nel mio sport ero già un nome conosciuto ma in quel periodo stavo affrontando diversi infortuni fisici. E al di fuori dei campi di gioco, dentro di me sentivo un vuoto. Così accettai l'invito di questo mio amico.

Quel giorno, in chiesa, mentre stavo pregando, sentii improvvisamente un “tocco” in mezzo alla fronte. Poi sentii una energia fortissima dentro di me. Fu il mio battesimo dello Spirito Santo. Non capita a tutti di sentire un segno così forte e potente, Dio ha tanti modi per chiamarci a sé, ma a me capitò proprio così.

Cosa successe da quel momento?

Da quel momento è iniziata ancora più intensamente la mia ricerca spirituale, che ora sapevo doveva essere indirizzata a Gesù, che avevo riconosciuto come mio salvatore. Ma in realtà io non conoscevo nessun fondamento cristiano. Così cominciai a studiare tanto la Bibbia.

Come è cambiata la tua vita una volta che hai accettato Gesù?

È cambiata in meglio, grazie a Dio. Anche professionalmente, ho fatto un bel salto di qualità e ho trovato tante porte aperte. Poi ho conosciuto colei che poi è diventata mia moglie. Anche lei è credente e in questo modo possiamo camminare e crescere entrambi nella fede. Vediamo il mondo con gli stessi principi e ci incoraggiamo a vicenda. Questo non vuol dire che i problemi sono scomparsi. Anzi, a volte ce ne sono e forse di ancora più grandi, ma ora abbiamo la certezza che abbiamo un Padre che ci ama e che provvede a noi. I momenti negativi esistono anche perché Dio vuole così. O ci vuole dire qualcosa, o ci vuole portare su altre strade.

In che senso la tua vita è cambiata in meglio?

La vittoria di Cristo non è una vittoria sulle cose materiali. Se si comincia a credere nella buona notizia del vangelo, non significa che arriveranno subito lavoro, casa e famiglia. Quelle sono cose “del mondo”. La vittoria di Cristo è il successo finale che dà senso a tutta la nostra esistenza.

Come ti rendi testimone di Cristo nel tuo sport?

La testimonianza parte dal cuore. Sono diventato credente a 23 anni e a quell'età ero molto istintivo. Predicavo senza pensare alle conseguenze. Se ne parlò tanto sui giornali. Anche se molti non hanno apprezzato il mio approccio, in quel modo ho portato tante persone a riflettere. Ora uso delle magliette con delle scritte che annunciano l'amore di Cristo. Voglio dare un segno visibile della fede. Non è esibizionismo, ma è un'azione concreta. La nostra gioia in Cristo deve riflettersi anche nel nostro stile di vita e nei nostri comportamenti.

A volte sei stato un po' criticato dai tifosi italiani, che ti hanno dedicato pure qualche striscione irridente. 

Già. A Piacenza, ad esempio, scrissero: “Leandro prega anche per noi”. All'inizio ho provato tanto dispiacere, poi ho avuto misericordia di loro. Se hanno avuto una reazione tale, è perché hanno un bisogno spirituale. Ho pregato per loro. Forse un giorno qualcuna di quelle persone seduta sugli spalti si convertirà.

Vuoi condividere con chi ti legge uno dei tuoi versetti preferiti nella Bibbia?

Giovanni 3:16 è la sintesi, in una frase, della nostra fede: “Perché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.

 

A cura di Silla Gambardella