Luìs Vidigal

Luìs Vidigal

Calcio

Angola

Ci racconti qualcosa di dove sei nato e della tua famiglia?

Sono nato in Angola. Siamo una famiglia molto numerosa, infatti siamo ben dodici fratelli, di cui otto maschi e quattro femmine. Il nucleo è abbastanza unito. Il papà non c’è più. E’ stato a causa sua che mi sono avvicinato al Signore. Ora, assieme ad altri fratelli, mi sto adoperando affinché tutti i miei familiari possano essere raggiunti dall’amore di Cristo.

Come e perché hai lasciato l’Angola?

Ho lasciato l’Angola perché c’era il problema della guerra. L’Angola era una colonia portoghese e all’epoca e ci fu la rivoluzione. Siamo dovuti scappare e siamo arrivati in Portogallo. E’ stato un periodo difficile. All’epoca eravamo tredici figli e due genitori a fuggire. Lì in Angola avevamo una vita tranquilla e l’improvviso abbiamo dovuto cambiare tutto a immergerci in una nazione a noi completamente sconosciuta. Lì i miei genitori sono stati sempre d’esempio per noi figli e anche nelle difficoltà ci hanno sempre dato amore, tanta attenzione e fiducia per il futuro.

Quando e come hai iniziato a giocare a calcio? Questo sport come è diventato il tuo mestiere?

Avendo dei fratelli con poca differenza d’età il gioco più facile da fare era proprio il calcio. Questo dipende anche dal fatto che per i nostri genitori era molto più semplice ed economico comprare un pallone e accontentare gran parte dei figli, piuttosto che comprare una macchinina ciascuno! Anche con i figli dei vicini di casa avevano più o meno la nostra età, perciò ci eravamo costruiti il campo, le porte , ecc.  Ben cinque di noi in famiglia abbiamo giocato a calcio come professionisti. Io e quattro miei fratelli abbiamo militato nella la prima divisione portoghese, cioè la serie A italiana. Il fratello maggiore è stato il punto a cui ci siamo aggrappati per fare del calcio il nostro mestiere, in quanto è stato il primo a intraprendere questa strada. Tre giochiamo ancora, i due più “anziani” allenano.

In quali squadre hai giocato? E perché ad un certo punto hai deciso di approdare nel campionato italiano?

Sono partito nell’Elvas, una squadra della campagna portoghese che militava in c1. lì giocavo con il mio fratello più piccolo, che a soli 16 anni esordì in prima squadra. Un osservatore era andato a vederlo, ma siccome gli siamo piaciuti entrambi ci ha portato tutti e due nell’Estoril (serie B), dove ho giocato un anno. Lì, durante un amichevole contro lo Sporting Lisbona, l’attuale allenatore in seconda del Manchester United mi ha visto e mi ha portato a giocare nella capitale. Giocando nello Sporting sono arrivato in nazionale ed ad un certo punto si è mosso il Napoli per avermi. Era un momento difficile, infatti ero appena sposato. Tuttavia, dopo appena 3 giorni di matrimonio, ho dovuto lasciare mia moglie in Portogallo e venire in Italia. Comunque oggi ringrazio il Signore perchè la nostra vita non è gestita da noi stessi ma da Lui. Oggi gioco nel Livorno. Durante la mia permanenza qui sono stato anche un anno in prestito nell’Udinese.

Tu hai giocato in nazionale. Quali emozioni hai provato? 

È un emozione sicuramente speciale perché è qualcosa che sogni fin da bambino. Mi ricordo molto la partita contro il Belgio in cui ho fatto una buona prestazione. Comunque, bisogna dire, che sono soltanto piccoli regali da parte del Signore per questo tempo che trascorriamo qui su questa terra. Niente di tutto ciò è paragonabile a quello che ci aspetta lassù nel cielo con Lui.

Hai vinto qualche trofeo?

In Portogallo ho vinto la supercoppa, lo scudetto e il premio di  miglior centrocampista del campionato. Sono tutti dedicati al Signore, perché senza di il Suo aiuto non sarebbe stato possibile.

Sei sposato? Hai dei figli? 

Sono  spostato con Sonia. Abbiamo due figli: David e Daniel. Siamo una famiglia molto felice.

Come trascorre la sua giornata un calciatore di serie A?

Molto tranquillamente. Il tempo prima dell’allenamento lo passo con i figli facendo colazione e parlando con loro. Dopo ho l’allenamento. Cerco di fare il pranzo assieme a mia moglie e subito dopo pranzo il poco tempo che posso sfruttare lo uso per fare una passeggiata con mia moglie. Quando poi escono i figli da scuola faccio il secondo o terzo allenamento con loro, a seconda che abbia avuto la seconda seduta o meno con la squadra. Dico così perché pretendono sempre di giocare a calcio con il papà.

Cosa rappresenta Gesù per te? 

Gesù è il massimo nella mia vita. E’ stato Lui ad aprirmi gli occhi, la mente ed il cuore. Cerco di ripetere il suoi insegnamenti in famiglia e anche nel lavoro in modo da poter testimoniare attivamente sulla Sua Parola.

Quando e perché hai deciso di accettarlo come personale Salvatore?

Prima ho già avuto l’occasione di parlare tanto dell’importanza che ha avuto il mio papà. Lui per noi è stato veramente un punto di riferimento. Quando l’abbiamo perso pensavo a lui e dicevo che anche non essendo in carne e in spirito con noi ci avrebbe guardando e protetto. In una riunione degli Atleti di Cristo ho espresso questo mio pensiero a tutti i fratelli che c’erano presenti. Da lì ho capito che l’unica maniera di arrivare a Dio era soltanto tramite suo figlio Gesù. Quando veramente ho aperto il cuore a Lui, ho capito che avevo perso un po’ di tempo, anche se ciò che ho imparato da mio padre continua ad essere importante. Però ho capito che solo tramite Gesù si può arrivare a Dio.

Cosa vuol dire essere un calciatore che vuole servire Dio? E’ difficile essere d’esempio anche sul campo durante una partita?

Sicuramente l’essere un giocatore che serve Dio vuol dire anche cercare di fare la differenza sotto l’aspetto mentale e psicologico dentro al campo. Non è assolutamente facile, però con l’aiuto del Signore riusciamo ad avere delle opportunità per far capire ai colleghi che senza il Signore siamo incontrollabili. Nella mia vita ho già avuto opportunità di testimoniare sul campo più di una volta rispondendo con amore ad atti di violenza e di odio.

Ti capita di parlare con i tuoi compagni dell’amore di Cristo? Come reagiscono al messaggio dell’Evangelo?

Tante volte. Sono quasi 13 anni che cerco di parlare del Signore e della Sua importanza nelle nostre vite. La reazione è sempre buona. Questo significa che tutti abbiamo bisogno del Signore. Tuttavia, il Signore ci insegna tramite la parabola del seminatore che quello che semini, se non è piantato in un terreno buono, non cresce oppure cresce male e dopo muore. Questo è quello che succede quando noi parliamo del Signore ai compagni. Spesso, infatti, capita che l’emozione per ciò che gli è stato detto dura 15/30 minuti e subito dopo si lasciano prendere dalle cose di questo mondo, perdendo quello che hanno sentito di buono.

Frequenti una chiesa?

Si frequento una chiesa a Livorno. Ultimamente abbiamo iniziato a fare delle riunioni extra in cui si parla dell’importanza che ha  nella società l’uomo, il quale deve cercare di smascherare l’immagine di superiorità che è stata data al genere umano. E’ Dio l’essere superiore ad ogni cosa e non può la creatura elevarsi fino al Creatore. Negli ultimi anni ho avuto l’opportunità di testimoniare più di una volta in chiesa e il Signore sta benedicendo abbondantemente. Siamo aumentati a tal punto che stiamo cercando un locale più ampio, in quanto quello attuale è diventato troppo piccolo.

Sei un membro del gruppo degli Atleti di Cristo: perché sei entrato a farne parte?

Perché essendo degli atleti abbiamo l’opportunità di poter testimoniare a grandi gruppi di persone, per non dire addirittura a nazioni intere. Dobbiamo approfittare della visibilità che abbiamo per dire alle città, alle società e alle nazioni che esiste un Dio vivo che può toccare i cuori di tutti.

Ti è mia capitato di giocare contro qualche ADC? Ti ha dato qualche emozione giocare contro un tuo fratello in Cristo?

Certo che mi è capitato. In nazionale, ad esempio, contro i fratelli brasiliani, contro un fratello spagnolo,… In Italia contro Kakà, contro Legrottaglie e tanti altri. È bello sapere che dall’altra parte c’è uno che serve Dio: in questo modo non è più un avversario, ma un fratello in Cristo. La cosa più bella è che ogni anno aumentano il numero di atleti convertiti in tutti gli sport.

Hai un messaggio da lasciare a quanti stanno leggendo la tua intervista e che ancora non hanno fatto di Gesù il loro personale Salvatore?

Tutto quello che ritieni prezioso e caro nel tuo cuore, sappi che un giorno potrebbe deluderti, proprio come è successo a me e a tanti altri. Però un giorno ho conosciuto Colui che non ci delude mai.  Immutabile, onnipresente, onnisapiente e onnisciente, in pratica tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Gesù ti ama e vuole salvarti. Ricordatelo. Egli vuole diventare il tuo personale Salvatore.