Nenê Anderson Miguel da Silva

Nenê Anderson Miguel da Silva

Spezia Calcio

Brasile

Nenê, l'attacante di Dio

Passato di parte in parte come un galletto vallespluga, Gigi Buffon, leggendario portiere della Juve, non poteva immaginare che dietro quella stilettata ci fosse Dio. A voler essere precisi, era anzi un cruise a lunga gittata: trenta metri di distanza dalla porta. Un bolide, un missile. Lanciato da un ragazzo che subito dopo ha alzato le mani al cielo per ringraziare Nostro Signore. Di cosa?, gli aveva indicato la traiettoria? Quella partita è rimasta nel cuore di Anderson Miguel da Silva, detto Nené dalla madre, dai fratelli e dagli amici di strada in Brasile, dov’è nato.Ventisei anni, un figlio di nove e una moglie (Marisa) che lo ha folgorato sulla via della passione, Nenè è un attaccante del Cagliari. Ma prima ancora è un attaccante di Dio. O centravanti, se preferite un vocabolario un po’ retrò. È convinto che in quell’epico scontro con la Juventus una certa quotaparte del suo strabiliante gol sia merito divino. Lui, piccolo uomo, goccia nel mare pallonaro, non può aver fatto tutto. Per questo, messo a terra e umiliato Buffon mentre il pubblico lievitava in un’ola, ha alzato come suo solito le braccia al cielo: a ringraziare il suggeritore occulto di quella rete. Poi, ma questo è quasi un fatto privato, si è esibito mimando un cow-boy giustiziere, pistole in pugno: era un segno di saluto a suo figlio. L’ingresso di Dio negli stadi, indipendentemente dal decreto- sicurezza dell’allora ministro Pisanu, è storia vecchia. A farlo entrare, quasi fosse uno spirituale e salvifico Rombo di Tuono, sono stati gli Atleti di Cristo, movimento composto da professionisti di tutte le discipline. In pratica, neocatecumenali del novantesimo minuto, ciellini in tuta sportiva, alunni di nostro Signore in maglietta e calzoncini. Nati in Sudamerica, al confine tra cristianità e paganesimo wodoo, gli Atleti di Cristo hanno avuto in Italia un leader indiscusso: Kakà, ex milanista tutto pater ave e gol. Seguono il bianconero Nicola Legrottaglie e altri. Nenè è felice di far parte di questa strana squadra intra-campionato. In fondo, e mica si sbaglia, si sente preventivamente miracolato. «Sono figlio di genitori separati. Ho due fratelli. Mia madre ha dovuto faticare per non farci andare a fondo. So molto bene cosa sia la miseria, ho passato mesi e mesi a mangiare riso e fagioli». A tredici anni, giusto per completare le note autobiografiche, ha iniziato a lavorare: vendeva i biglietti per i bus. A diciassette ha smesso perché ha scoperto che riusciva a fare anche qualcos’altro decisamente meglio: giocare a palla. Prima in Brasile, poi in Portogallo e infine a Cagliari. «Dio mi ha dato l’opportunità di un’altra vita e io non posso dimenticarlo».

Giorgio Pisano per l'Unione Sarda