Rae Lin D’Alie

Rae Lin D’Alie

Progresso Matteiplast Bologna Basket

Stati Uniti

Rae Lin D'Alie, raccontaci chi sei e come è nata la tua passione per il basket.

Sono nata a Waterford, Wisconsin, Usa. Papà ha origini italiane, da Cavanico. E i miei parenti più lontani vengono dalla Campania, dalla Sicilia e dalla Calabria. Ho sempre avuto la passione per lo sport, fin da bambina. Ricordo che a scuola facevo sport con i ragazzi. Mi piaceva provare ogni tipo di disciplina: football, baseball, addirittura il wrestling. Poi a 15 anni ho provato a giocare a basket. È stato amore a prima vista. “Questo è il mio sport”, mi sono detta dopo le prime partite. “Questo è quello che voglio fare nella vita”.

Come si è evoluta la tua carriera da giocatrice professionista?

A 18 anni entrai nella squadra di basket della mia università, Wisconsin Madison. Ho giocato lì per quattro stagioni, raccogliendo grandi soddisfazioni. Poi a inizio 2011 si realizza un sogno: mi chiamano a giocare in Italia, a Taranto. L'allenatore della squadra mi chiese di fare il doppio passaporto per avere la possibilità di essere tesserata con loro. Ma dopo due mesi la Federazione cambiò le regole per il tesseramento e dovetti tornare in America per otto mesi. Da agosto 2011 sono tornata nuovamente in Italia e ora gioco a Salerno. 

Come ti trovi a Salerno?

Dico solo che fin dai tempi dell'università sognavo di venire un giorno a giocare in Italia, perché volevo vedere il paese d'origine di mio papà. Ora questo è un sogno che è diventato realtà. L'Italia è bellissima e non finisci mai di scoprirla.

Che cos'è per te il basket?

Il basket non è solo uno sport. È un'opportunità per condividere con altre persone momenti di vita, in campo e fuori dal campo. Ciò che mi affascina di più è quando tutta la squadra è unita e insegue un obiettivo comune. Ognuno ha un compito e solo lavorando insieme si può arrivare al traguardo sperato. Mi piace lavorare per obiettivi “difficili” e in ogni allenamento do sempre il massimo.

La tua partita più bella?

Negli Stati Uniti. La squadra della mia università era tra le migliori del momento, ma quel giorno giocammo con la squadra numero 5 di tutti gli States. Sulla carta, l'impresa era difficilissima. Ma noi sapemmo giocare uniti e facemmo della nostra unione il nostro punto di forza. Credemmo nella vittoria dal primo all'ultimo minuto e... vincemmo. Loro erano più forti e più veloci, ma noi avevamo più cuore.

Come hai conosciuto Gesù?

È stato durante l'università. Ho passato due anni difficili. Pensavo solo a me stessa, alla mia carriera. Il basket era diventato il mio Dio. Sì, pensavo a Dio, ma prima veniva il basket. Ero consapevole che stavo sbagliando qualcosa nel modo in cui orientavo i valori della mia vita e questa mia consapevolezza generò una lotta interiore in me. Un giorno lessi il passo della Bibbia che dice: “Chi si innalza sarà abbassato”. Mi ci ritrovai e capii che dovevo fare qualcosa.

Che cosa hai fatto?

Nel marzo 2009 mi sono detta: “Devo cambiare”. Ho cominciato a pregare. Ho avuto la possibilità di fare un campus con “Athletes in Action”, che sono una sorta di “Atleti di Cristo” in America. Eravamo circa duecento atleti e trascorremmo insieme una settimana. Il campus prevedeva un tema specifico: “Dio al centro dello sport”. Parlammo di come allenarci, come giocare, come vivere la nostra attività sportiva, come vivere le gare e i rapporti con i compagni e con i tifosi. Ovviamente, mettendo Dio al centro di tutto. L'ultimo giorno del campus facemmo 20 ore di allenamento continuo per arrivare alla fine senza forze e pregare tutti insieme. È stato allora che ho sentito forte la mia chiamata. 

Com'è cambiata la tua vita?

Dio è grande. Ha esaudito ogni mio sogno. Oltre al fatto di vivere con la certezza della grazia, Lui mi ha regalato tante piccole cose anche nella mia carriera. Come dicevo prima: “Chi si innalza, sarà abbassato. Ma gli umili saranno innalzati”. Ecco, dal momento che mi sono umiliata, Dio mi ha innalzata. 

Come vivi il tuo essere Atleta di Cristo?

A Salerno voglio portare la mia testimonianza. Divido casa con tre compagne di squadra e parlo sempre a loro della Bibbia. Ma più che con le parole, cerco di parlarne... vivendola. A volte loro rimangono stupite delle mie azioni o del mio modo di pensare. Per quanto riguarda gli Atleti di Cristo, questo è un gruppo nel quale sentivo la necessità di fare parte, per condividere la mia fede e crescere e confrontarmi con loro. Quando arrivai in Italia, non sapevo che esistesse questo gruppo. Avevo cercato qualcosa su internet, senza trovare nulla. Ci tenevo a farvi parte, ma a quel punto mi ero rassegnata. Poi, mi arriva la chiamata di Jason Greenwich che mi racconta chi è e cosa fa e mi invita al primo incontro con gli Atleti la scorsa Pasqua. E ora eccomi qui!

Come vedi il tuo futuro di giocatrice e di cristiana?

All'inizio in Italia ho avuto difficoltà con la lingua e non è stato facile comunicare. Ho avuto anche qualche difficoltà a capire la cultura e i costumi di questo paese, in alcune situazioni. Ora invece mi sono ambientata benissimo. Spero di giocare in Italia il più a lungo possibile e di testimoniare a più persone possibili. Poi, in un futuro dopo il basket, credo che tornerà negli States. 

Il tuo passo preferito della Bibbia.

Giacomo 1:21 - “Perciò, deposta ogni impurità e residuo di malizia, ricevete con dolcezza la parola che è stata piantata in voi, e che può salvare le anime vostre”.

 

A cura di Silla Gambardella