Silas Pereira

Silas Pereira

Calcio

Brasile

Silas: "La cosa più importante al mondo è giocare nella squadra di Gesù."

Sono passati circa 15 anni da quando cominciai a giocare a calcio insieme al mio fratello gemello, Paulo Pereira, e a un altro ragazzo di Vila Teixeira, vicino a Campinas, dove vivevamo a quei tempi, fino al giorno in cui ebbi la mia prima occasione di giocare come professionista nella nazionale brasiliana. Nella nostra famiglia, mio fratello ed io eravamo i più giovani di nove fratelli. La mamma morì quando avevamo quattro anni, ma la sua assenza fu in qualche modo compensata dalle nostre quattro sorelle maggiori e dalla dedizione di nostro padre verso di noi. Papà si ritirò dalla Compagnia Ferroviaria dove lavorava e si prese cura di tutti i suoi nove figli secondo gli insegnamenti del Signore.

Ely Carlos, il mio fratello più grande, fu egli stesso un buon calciatore, e grazie alla sua influenza ebbi l’opportunità di fare un provino nella squadra del Sao Paulo. Fui preso e cominciai a giocare in tutte le categorie giovanili. Già da ragazzo, richiamai subito l’attenzione di Cilinho, che ai tempi era l’allenatore della prima squadra. Cilinho era solito dare qualche opportunità ai suoi giocatori più giovani. Giocai abbastanza bene la mia prima partita con i professionisti, e presto divenni uno dei titolari, con la maglia numero 9.

Fui convocato dalla Nazionale Junior del Brasile e divenni campione del Mondo a Mosca 1985, quando vincemmo la finale contro la Spagna per 1 a 0. Dopo la finale, ci fu una grande celebrazione, durante la quale il miglior giocatore ricevette il premio più ambito. Fui sorpreso di ricevere il Pallone d’Oro quell’anno, in qualità di miglior giocatore Junior della stagione. Successivamente, la nostra squadra vinse anche il campionato di Sao Paulo del 1985 ed io fui immediatamente incluso nella Nazionale brasiliana che avrebbe disputato la Coppa del Mondo di Messico 1986. Ma ogni volta che le gente cominciava a parlare dei giocatori da escludere dalla rosa, il mio nome era spesso menzionato. Se fossi andato o no a giocare in Messico, la questione non dipendeva soltanto da me. Io continuai a dare il meglio di me in ogni sessione di allenamento, credendo sempre in Dio. Nel giorno in cui furono ufficializzate le convocazioni, il mio nome fu incluso nella lista, anche se sarei stato tra le riserve.

Il momento più importante all’inizio della mia carriera con la maglia del Brasile fu durante una partita che era valida per il Mondiale e che, alla fine dei novanta minuti, ci vedeva pareggiare per 1 a 1 con la Francia. Quello è un momento clou per la carriera di qualsiasi giocatore. Nei minuti finali del secondo tempo supplementare, presi la palla e la passai a Careca, che a sua volta me la restituì. Con la palla tra i piedi, corsi per qualche metro. Poi notai che non c’era nessun altro a fermarmi, così calciai il pallone meglio che potevo. Calciai bene, salvo il fatto che la palla finì sul palo e terminò fuori dalla porta. Se la palla fosse entrata in rete, la storia di quel Mondiale sarebbe stata differente. Il telecronista di Globo Tv disse, con le lacrime agli occhi, che il “destino” voleva che il Brasile fosse eliminato dalla Coppa. Qualcuno avrebbe dovuto addossarsi la colpa. Avevamo lanciato tre palle contro i pali e avevamo anche sbagliato tre calci di rigore. Così il “destino” si assunse la responsabilità della nostra eliminazione. Ma ciò non cambiò nulla nella mia vita né in quella degli altri miei compagni.

L’unico episodio che cambiò veramente la direzione della mia vita fu quando accettai Cristo come mio Salvatore. Il mio destino, che prima era la morte, ora è la vita eterna che ho in Cristo. La pace, la soddisfazione interiore, il senso e l’obiettivo della mia esistenza – tutto questo mi ha dato la certezza che la cosa più importante al mondo non è giocare nella nazionale brasiliana, ma essere parte della squadra di Gesù.