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Anderson Gleison Marques (arbitro di calcio)
La rivista “L’Arbitro” mi ha dato il privilegio di raccontare la mia storia. Prima di tutto mi presento. Come per tutti i brasiliani, il mio nome è non è proprio brevissimo: Anderson Gleison Marques. E rappresento uno di quei 120 arbitri stranieri che hanno deciso di continuare la loro avventura nell’AIA. La mia passione per il calcio è nata da piccolo, in Brasile. Giocavo tanto ma i miei piedi non erano abbastanza buoni da permettermi di diventare un giocatore professionista. All'età di 16 anni, vedendo i miei amici che già arbitravano, e per non stare lontano dai campi di calcio che amavo, ho iniziato anch'io con qualche partita di quartiere. Poi nel 1999 ho frequentato il corso di formazione per arbitri alla Federazione Mineira, che rappresenta una delle regioni della sconfinata nazione brasiliana. E’ iniziata così la mia carriera arbitrale ufficiale. Passo dopo passo, partita dopo partita, dovevo fare i conti con l’applicazione in pratica delle tecniche che avevo imparato al corso: teoria e pratica sono due cose ben diverse, almeno all'inizio. Spesso capitava che arbitri professionisti si fermassero ad osservare la partita che arbitravo e fin dall'inizio notarono qualcosa di diverso: un potenziale forse ancora inespresso che desiderava esplodere. Grazie ai loro commenti e ai giudizi positivi degli osservatori, iniziai a scalare la dura vetta delle categorie. Certo, il calcio in Brasile è ben diverso dal calcio in Italia: essendo molto più tecnico è molto più facile da arbitrare. Diciamo che un fallo in Brasile è ben visibile, non regna la furbizia. All'epoca guardavo sempre Collina e vedevo che era già il numero uno al mondo. Credo che il mio sogno italiano sia iniziato proprio allora. La mia ammirazione per il calcio e l'arbitraggio italiano cresceva ogni giorno di più ed è stata una delle spinte e motivazioni che mi hanno portato in Italia, oltre a quelle di una vita migliore. Ho deciso di lasciare tutto, un lavoro, amici, parenti e il calcio carioca, anche per inseguire questo sogno. Non è stata una decisione facile: ho dovuto meditare tanto, pensare a tutte le implicazioni, considerare ogni cosa. Poi, presa la decisione, insieme alla mia mamma sono arrivato a Milano. L’impatto è stato difficile, molto difficile. I primi tre mesi sono stati durissimi: non avevo lavoro, i soldi bastavano solo per pagare l'affitto. Mangiavamo solo 100 grammi di pasta al giorno (e neanche di marca) e un bicchiere d'acqua. E' stata un'esperienza molto dura ma ad aiutarmi è stata anche la mia fede in Dio. Avevo fiducia che le cose sarebbero cambiate e anche se l'attesa è stata dura, e dopo tante preghiere l’aiuto dall’alto finalmente è arrivato sotto forma di un lavoro. La porte si aprivano sulla possibilità di rimanere in Italia. E in quel momento ho capito che anche il mio sogno arbitrale poteva diventare realtà. Ho confidato nelle parole del Vangelo che dice che gli ultimi saranno i primi: io ho dovuto iniziare tutto da capo, dai livelli provinciali. Questa sì che è stata una prova di umiltà. Ho imparato una lezione molto importante, anzi importantissima: meglio iniziare dal basso e risalire, consapevoli dei gradini conquistati piuttosto che ricominciare in cima per poi cadere. La difficoltà principale all'inizio è stata quella della lingua: non riuscivo ad esprimermi bene, per esempio, a spiegare quello che avevo fischiato. In Brasile si inizia prima come assistente per poi, gradualmente passare al ruolo di arbitro. Così anche le categorie minori si dirigono in terna. Io ero abituato ad arbitrare con gli assistenti, quindi ho avuto grandi difficoltà nelle prime gare nelle quali invece ho dovuto essere il solo in campo. Quando lanciavano il pallone in avanti io cercavo automaticamente gli assistenti ma loro non c'erano! Valutare il fuorigioco in questo modo significa dover correre molto di più, su e giù per il campo: che fatica. Inoltre un altro fattore di divergenza era quello climatico. Ho imparato a Milano il significato della parola 'freddo': le mani ghiacciate, il naso che non si sente più - è proprio brutto! Un'altro grosso ostacolo era il momento dell’appello negli spogliatoi. La mia pronuncia all'inizio era veramente brasiliana: venivo spesso preso in giro bonariamente ma alla fine, con molta pazienza, capivano. Che dire poi delle proteste dei giocatori? io non ero abituato a quegli scontri così cattivi sul campo, a quelle urla, ai gesti di stizza. Non ero preparato per affrontare questo tipo di calcio e quindi esageravo dal punto di vista disciplinare. A volte davo una ammonizione ad un giocatore che avrei anche potuto solo riprendere verbalmente. Questa era una delle tante piccole cose che era necessario correggere. Ringrazio ogni osservatore e ogni organo tecnico che mi ha dato consigli preziosi e sopratutto correzioni utilissime per farmi crescere e conformarmi all’arbitraggio italiano. Oggi parlo la lingua molto meglio e riesco ad esprimermi in modo comprensibile con ogni giocatore. Quei falli o quegli atteggiamenti che prima ammonivo adesso li affronto con un richiamo. Riesco anche a rilassarmi a volte, e quando la partita scorre fluida mi diverto tantissimo. E' anche vero che a volte forse sono troppo tranquillo quando tutto procede bene: l'equilibrio è sicuramente qualcosa che si conquista con la maturità e l'esperienza. Una cosa molto importante che ho imparato qui in Italia è quella di individuare, nei primi dieci minuti della partita, un giocatore di entrambe le squadre che possa darmi una mano a gestire i compagni. A volte sbaglio la scelta ma fa tutto parte del processo di crescita. E la crescita c’è stata: in soli due anni e mezzo sono arrivato a dirigere la categoria Eccellenza. Sono orgoglioso di fare parte del Comitato Regionale degli Arbitri della Lombardia e apprezzo moltissimo l'eccellente lavoro svolto dal Presidente Del Bo e dagli altri componenti del CRA. Un pensiero di gratitudine va anche al Presidente della Sezione AIA di Milano, Carlo Calvi ed i suoi collaboratori che mi hanno accolto così apertamente e che mi hanno incoraggiato ed esortato. Spero che un giorno saranno orgogliosi di me. E non voglio dimenticare l’AIA centrale di Roma che mi ha consigliato e agevolato in tutte le pratiche per il mio inserimento. L’ultimo ringraziamento va a mia madre, una persona veramente speciale. Per starmi vicino ha lasciato tutto. Abbiamo superato insieme tante difficoltà. Non ho mai avuto un papà: ho iniziato a lavorare a dodici anni. Ho fatto di tutto, come fanno tanti, tantissimi bambini in Brasile. Oggi ho un bel lavoro, sono riuscito ad accendere il mutuo per una casa, ho finalmente acquistato un'auto e sto crescendo ogni giorno di più nell'arbitraggio. Frequentando la Chiesa Evangelica Ministero Sabatoth, Dio mi ha anche dato una nuova famiglia qui a Milano. E ho anche la gioia di fare parte degli "Atleti di Cristo", un gruppo che annovera tra le sue fila anche calciatori famosi come Kakà, Ze Maria e Adriano. Chi ha detto che un arbitro non è un atleta? E' bello condividere insieme sia la fede che l'amore per lo sport. Noi Atleti di Cristo sogniamo che un giorno, prima della partita, i giocatori di ambedue le squadre preghino affinché la partita sia un esempio di bravura e fair-play, e che sia uno spettacolo che porti gioia a tutti i tifosi, al di là del risultato. In Brasile questo è avviene regolarmente. Posso garantire che ogni partita che ho arbitrato nel mio paese d’origine è stata una benedizione per me e mi auguro che sarà così anche in Italia.
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