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Atleti di Cristo: diffondere il Vangelo grazie allo sport
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Atleti di Cristo: diffondere il Vangelo grazie allo sport

Movimento nato in Brasile nel 1984, e approdato in Italia nel 1998, vanta un numero sempre crescente di sostenitori in tutte le diverse discipline. Legrottaglie e Kakà gli esponenti più conosciuti, ma in Sud America nascono anche intere squadre.
Si chiamano Atleti di Cristo e si propongono di diffondere la parola del Vangelo attraverso lo sport, considerato al giorno d'oggi linguaggio universale, e tra loro ci sono grandi campioni di diverse discipline, presenti e del passato. Sono 35 in Italia e 53 nel resto del mondo.
Il movimento nasce in Brasile il 4 febbraio 1984, su iniziativa dei calciatori João Leite e Baltazar Morais. Nel nostro Paese arriva nel 1998 quando Paulo Pereira e Paulo Sergio, che militavano all'epoca rispettivamente nel Genoa e nella Roma, entrano in contatto con l'associazione e iniziano ad organizzare i primi incontri.
Al gruppo si uniranno ben presto anche Marco Aurelio (Vicenza), Zé Maria Ferreira (Perugia), JosÉ Chamot (Milan) e Junior (Parma). I adesioni si moltiplicano e nel 2005 l'incontro annuale si svolge per la prima volta a Milano (dove permane fino ad oggi) e vi partecipano anche atleti italiani, oltre ai soliti sudamericani. Si allarga anche il numero delle discipline e dal solo calcio vengono interessati anche pallavolo, rugby, basket, atletica.
Tutti conoscono lo juventino Nicola Legrottaglie e l'ex milanista Kakà , che ogni volta che segna o si toglie la divisa da gioco, mostra una maglia con la scritta 'I belong in Jesus' (Io credo in Gesù). Anche l'attaccante del Palermo, Edinson Cavani, fa parte degli Atleti di Cristo, così come vecchie conoscenze del calcio italiano. Nella lunga lista, compaiono anche l'ex di Napoli, Udinese e Livorno, Luis Vidigal, l'ex milanista Ricardo Oliveira e il brasiliano Ricardo Alemão, che fece sognare i tifosi partenopei regalandogli il secondo scudetto della loro storia. Su tutti, il nome che sorprende più è quello di Ayrton Senna, pilota di Formula 1 prematuramente scomparso nel 1994 in seguito ad un tragico incidente sul circuito di Imola.
Anche intere società compaiono all’interno del movimento. Il M.E.D.E.A Athletic Club, di Cordoba, fu tra i primi in America Latina e in Argentina, mentre in Cile troviamo il Club Social y Deportivo Cristiano Osanna, che nel giro di pochi anni ha rapidamente scalato le diverse categorie. La missione è la stessa: diffondere la parola di Dio attraverso lo sport. "Durante i 90 minuti, i tifosi intonano canti cristiani. Non si insultano mai arbitro e avversari ed è vietato perdere la compostezza, qualunque sia il risultato", spiegava qualche tempo fa al quotidiano argentino El Clarin, il presidente dell'Osanna, Italo Frigoli.
La manifestazione più eclatante della fede rapportata allo sport è stata però lo scorso 28 giugno, al termine della Confederation Cup, il torneo svoltosi in Sud Africa, che vedeva in campo le prossime protagoniste della Coppa del Mondo 2010, e vinto dal Brasile. Dopo il triplice fischio finale infatti tutta la nazionale verdeoro si è raccolta in cerchio in mezzo al campo e ha iniziato a pregare per ringraziare Dio del successo ottenuto.
Dopo quella scena è intervenuta la FIFA, il massimo organo mondiale del calcio, che ha chiesto maggiore moderazione agli atleti più credenti. Secondo il regolamento non è permessa in campo nessuna manifestazione di tipo religioso, cosa resasi necessaria per evitare che i campi da gioco si trasforminoo in palcoscenici internazionali per i movimenti più integralisti. Il Brasile ha subito così un richiamo ufficiale, dopo la protesta formale della Federcalcio danese.
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Redazione/GC




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