Cavani sulla copertina di SportWeek, ecco la sua storia

sabato 1 ottobre 2011

A Salto lo chiamavano botija, ragazzino, ma anche vaso di terracotta, per indicarne la fragilità fisica. Però Edinson (nome errato all’anagrafe, voleva essere una dedica a Edison, l’inventore della lampadina) Cavani non si è mai perso d’animo. Sin dai 4 anni, quando papà Luis, ex giocatore in Uruguay di Salto, Nacional Salto e Ferrocaril (tutti club di terza serie) se lo portava agli allenamenti e negli spogliatoi. Lui a bordo campo inseguiva una palla e poi… «Sono cresciuto guardando pure le gesta di mio fratello Walter», ci ha detto Edy. «Sognavo di essere attaccante come lui. Perché? Perché nel mio primo club a chi segnava il primo e l’ultimo gol della partita davano in premio un gelato. E io ero molto goloso».

«Le ricordo bene quelle partitelle con gli amici», conferma papà Luis, oggi sulla panchina del Salto, in serie C, oltre che titolare di un’impresa di pulizie dopo essersi occupato per 15 anni anche di un’associazione per bambini disabili. «Non avrei mai immaginato che sarebbe arrivato dov’è oggi, ma si vedeva che aveva le qualità per sfondare: serietà, dedizione e impegno».

Salto, 500 km a nord di Montevideo, sul fiume Uruguay che la divide dall’Argentina e dalla città di Concordia, è la patria degliindios charrua, circa 150 mila abitanti, circondati da limoni e vigneti. Qui è nato e cresciuto Edy Cavani, in una famiglia con tre sorelle e due fratelli. Il primo, Walter Guglielmone (consanguineo solo da parte di madre), era il suo idolo. «Ho 33 anni, fino a giugno di quest’anno ero ai Montevideo Wanderers, in A, ora sono in cerca di squadra», ci racconta. Un passato girovago, fra Ajaccio in Francia, Pachuca e Chiapas in Messico, l’Inter e il Neftçi di Baku in Azerbaigian per tre stagioni, il Guaraní in Paraguay. «Io e Edy abbiamo 9 anni di differenza e io mi sono trasferito presto a Montevideo, nel 1999, per cui purtroppo abbiamo potuto passare poco tempo insieme. Ricordo le sfide dietro casa e il vetro della vicina puntualmente rotto da una sua pallonata. Impossibile farlo smettere di giocare. E poi quando faceva arrabbiare nostro fratello Cristian, si rifugiava da me. Ma è sempre stato un bravo ragazzo, il più affettuoso di tutti noi».

I Cavani sono di origine italiana: il nonno paterno infatti, modenese di Maranello, si trasferì a tre anni in Uruguay. «Dell’Italia da piccolo non sapevo nulla», dice Edy. «Io giocavo per strada e non guardavo la tv. I grandi parlavano di Juve e sognavo il bianconero». Ai tempi per lui non c’era altro: palla e scuola. Anche se lo stesso attaccante del Napoli ammette: «Ho studiato fino alla quarta liceo e poi ho lasciato, per il calcio. Non mi piaceva molto studiare, ero pigro. Per fortuna, grazie a Dio, il mio destino era un altro». A 14 anni già lo volle il Danubio di Montevideo. Dice il fratello Walter: «Io allora ero ai Wanderers e poi al Nacional. E per un po’ siamo stati insieme a casa di mia sorella». Ma il piccolo Cavani non resiste lontano dalla famiglia e così torna a Salto.

Il… salto definitivo lo fa a 16 anni, quando accetta le nuove lusinghe del Danubio. «E dire che io ero tifoso del Nacional», dice Edy. «Ma al Danubio aveva iniziato Ruben Sosa, poi in Italia con Lazio e Inter, un nostro idolo». Ancora Walter: «Siamo stati di nuovo assieme a Montevideo, per un po’ nel 2004 nello stesso club, anzi spinsi io i dirigenti della società a rifargli il provino. Ma era evidente che ce l’avrebbe fatta e non solo per le caratteristiche tecniche, prima di tutto per quelle umane. Ha sempre messo il calcio davanti a tutto, una dedizione davvero fuori del comune. Tra i due, il veterano sembrava lui».

Papà Luis aggiunge: «Io gli ho insegnato solo ciò che deve fare un professionista, come condurre una vita da atleta. Ovvero, l’opposto di quello che ho fatto io! Sono stato un disastro da giocatore e ho capito di aver sbagliato. Ho fatto in modo che Edy non commettesse i miei errori. Discutevamo sempre sulle partite, sul suo atteggiamento in campo, sui gol che aveva sbagliato ed era ipercritico con se stesso. Una cosa ha sempre avuto ben chiara: si vince e si perde tutti insieme. Ha sempre avuto un forte spirito di gruppo. Ovunque sia andato ha bruciato le tappe, tanto che veniva spesso schierato nelle partitelle contro i più grandi. Come calciatore, insomma, non ho avuto nulla da insegnargli». «I miei però non mi hanno mai forzato a fare il calciatore, lasciandomi sempre libero di scegliere», spiega il centravanti di Mazzarri. Che a distanza di anni ringrazia «gli allenatori che mi hanno insegnato tanto nelle giovanili del Danubio: Dardo Perez e Gustavo Dalto. Loro mi hanno fatto crescere ed esplodere».

Quegli anni sono stati decisivi per Edinson non solo dal punto di vista professionale, grazie al primo titolo vinto col Danubio assieme a Walter Gargano, suo compagno oggi a Napoli, e al leccese Grossmuller. Infatti è allora che Edy incontra la fede e l’amore. Ecco la scoperta di Dio nelle parole del bomber del Napoli: «Nel 2005, al Danubio, conobbi César Gonzalez, un argentino che era Atleta di Cristo. Dopo un match mi portò a casa sua, iniziammo a parlare di Dio e così iniziai ad andare alle loro sedute, a leggere la Bibbia. Ma lo facevo solo per amicizia. Poi César è venuto a Palermo nel 2007 a fare il pastore evangelico, io l’ho ospitato. Lì è rinato l’interesse per la religione, la mia fede in Dio». Che è stata suggellata dal matrimonio con Maria Soledad, 26 anni: «È di Salto anche lei», spiega Edy. «Suo padre, Anibal Cabriz, era stato un gran cestista del Salto, il club di mio padre, così la conoscevo sin dagli 11-12 anni, ma non la frequentavo, perché era più grande di due. Anzi, mi ignorava del tutto. Poi nel 2006, a 19 anni, me la ritrovai allo stesso tavolo in un locale di Salto dove ero andato con amici. Cominciammo a parlare. Scoprimmo che c’eravamo trasferiti tutti e due a Montevideo, io per giocare nel Danubio, lei per studiare all’università, Chimica farmaceutica. Così ci siamo frequentati nella capitale». E un anno dopo, era il giugno 2007, si sono sposati dando alla luce Bautista, a Napoli, il 22 marzo scorso. Che, diversamente dal padre, non sembra una botija, il fragile vaso di terracotta: è nato che pesava 3,3 kg…

Iacopo Iandiorio e Adriano Seu
SportWeek