Edinson Cavani: “O Matador ‘nnammurato”

Edinson Cavani: “O Matador ‘nnammurato”

giovedì 3 maggio 2012
Due bandiere e due facce di un goleador nato, di Edinson Cavani. L’Italia e l’Uruguay. La sua storia parte da lontano, dalla terra dei motori, da Maranello. La patria della Ferrari, da dove nonno Danilo partì da piccolo, per emigrare verso la terra celeste. In cerca di una fortuna poi trovata in una generazione di calciatori, in una generazione vincente. Parte il padre Luis: un difensore e centrocampista di discreto livello e spessore, ora dirigente del Salto. Fu lui ad iniziarlo: il primo regalo per Edi, fu un pallone. Poi un altro, ed un altro ancora. “Ci dormiva insieme”, ha sempre raccontato, emozionato, “El Gringo”. Poi un fratello, Walter Guglielmone Cavani. Cognome diverso perché mamma Berta lo ha avuto due anni prima di sposare Luis. Fu Walter l’altro ispiratore di Edi. Che intanto cresceva e dal gelato e dalle pacche amorevoli sulla testa, i premi diventavano complimenti da squadre sempre più importanti. Sondaggi. Rumors. Stava per diventare calciatore, quel ragazzo nato in un paesone di oltre centomila anime.

ITALIA: PRIMO CONTATTO
Le valigie. Cavani le fece per volare da Salto a Montevideo. Arrivò la chiamata del Danubio, uno dei club più prestigiosi dell’intera nazione. Lontano da casa, lontano dal cuore, dove intanto il padre Luis aveva iniziato a fare il giardiniere. Il salto in prima squadra arriva giovanissimo, il contatto con l’Italia altrettanto. Vola in Toscana, per giocare il Torneo di Viareggio nel 2006, la più importante manifestazione giovanile al mondo. Veste appunto la maglia del Danubio, nei tabellini sarà per sempre erroneamente ricordato come Cabani. Anche in quello della gara contro il Messina, terza del girone, dove segna un gol. “Ricordo la partita, ricordo quel gol ed anche quel ragazzo magro magro” ammette Stefano Sanderra, tecnico dei giallorossi proprio in quel Viareggio. In tanti lo videro, tanti lo stimavano. C’è chi racconta che Cavani fece due provini: Chievo e Reggina. Nulla di fatto, le due squadre preferirono evidentemente puntare lo sguardo altrove, un po’ come fatto in passato dal Genoa con Messi. Leggenda o realtà? Altri, invece, assicurano che Edinson fu anche ad un passo dal Treviso, affare sfumato per settantacinquemila euro.

TALENTO SCOVATO
Poi, Beppe Corti. Poi, l’uomo che più di ogni altro ha puntato forte i fari sul Matador. A proposito del soprannome: il primo è stato Pelado, per i capelli cortissimi che aveva da piccolino. Poi questo, regalato da un giornalista di Salto, il paese di Cavani. “Sono rimasto folgorato da questo ragazzo - spiega l’attuale responsabile scouting dell’Atalanta, ai tempi al Palermo-. Lo vedemmo in Paraguay, durante il Mondiale Under 20, dove confermò quanto di buono ci aveva fatto intravedere in precedenza. Dopo un tempo di gara, di Uruguay-Cile, chiamai Foschi: era uno da non farsi sfuggire”. In quella gara, raccontano in molti, c’erano osservatori di tante squadre. Anche dell’Inter, che poi puntò Farias. Corti, invece, mise gli occhi su Cavani. “Poi è arrivato anche il lavoro di Foschi ed è fondamentale quando c’è sinergia tra osservatore e direttore sportivo. Tra noi c’era grande fiducia ed ha capito che, se ci fosse stata la possibilità, era il caso di chiudere subito il colpo”. Altri retroscena: Cavani fu visionato da vicino anche dal Real Madrid e da alcuni club olandesi. Bravi, a piazzare il colpo rapidamente e per questo Foschi mandò subito il fax al Danubio per aprire la trattativa.

LA TRATTATIVA
I rosanero non volevano fermarsi lì. Dall’Uruguay stavano anche per prendere Martin Caceres, ora alla Juventus. Zamparini convocò lui ed il suo agente Fonseca a Vergate, poi il ragazzo scelse il Barcellona. Lo stesso non fece Cavani. “Arrivò a Linate alle 19, di sera, dove lo aspettai e quasi lo ‘sequestrai’… Dovevamo nasconderlo perché sino all’ultimo potevano soffiarci un grande prospetto” prosegue Corti. La palla passa all’agente, a Pierpaolo Triulzi. Che accompagnò Cavani in una stanza d’albergo, dove portò avanti la trattativa con Rino Foschi, allora ds del Palermo. “L’abbiamo seguito al Mundialito, poi con dvd e poi abbiamo chiuso il colpo -spiega il direttore-. Sono state due notti intense di trattative con l’agente, in quell’albergo a Milano”. Foschi torna poi su una delle tante trattative di successo chiuse nella sua brillante carriera. “Col Danubio abbiamo trattato via fax, poi le firme e le controfirme, lo ribadisco, sono arrivate a Milano, dove ho visto Edinson per la prima volta di persona”. La trattativa si chiuse alle 2 di notte, c’era anche un emissario del club uruguaiano con Cavani. Che dedicò la prima chiamata ad una persona speciale. Sua madre. “Sono del Palermo”. E via di sorriso.

AVVERSARI E COMPAGNI RICORDANO
L’accordo si chiude il 29 gennaio, l’esordio l’11 marzo 2007. E’ un pomeriggio di sole, al Barbera. Davanti c’è la Fiorentina. “Fece un gol pazzesco –ricorda Dario Dainelli, allora centrale dei viola-. Un diagonale al volo dal vertice dell’area di rigore, pazzesco. Di lui conoscevamo poco e niente, era un giovane all’esordio, ma mi fece un’impressione splendida. Aveva grande cattiveria, quella di chi vuole arrivare. Mi colpirono le doti fisiche, la padronanza del corpo in area di rigore e la concretezza davanti, oltre al grande supporto che dava ai compagni di squadra”. In rosanero Cavani resta sino all’estate del 2010, siglando trentasette reti ma anche fornendo un grande supporto a tutta la squadra. “Ha sempre ricercato la perfezione -ricorda l’ex compagno di squadra, Fabio Liverani-. Nei giovani è difficile da trovare questa caratteristica, perché se sei già forte può esserci un momento di relax- Edi invece ha sempre avuto una marcia in più, voleva vincere anche in partitella e questo me lo ha sempre fatto accostare ai grandi campioni coi quali avevo giocato. E poi anche fuori dal campo -prosegue Liverani- è sempre stato molto calmo, pacato. Ero al secondo anno a Palermo e venne al mio compleanno; sì divertì molto e dimostrò di essere un ragazzo che sa fare anche gruppo. E’ un tipo semplice, normale, molto religioso e rispettoso del prossimo”.

TRA L’AZZURRO ED IL CELESTE
Poi, gli azzurri. Poi quella passeggiata, davanti al pubblico partenopeo, mano nella mano con Aurelio De Laurentiis. Retroscena: il presidente chiamò Cavani di ritorno da una battuta di caccia, dopo aver preso diverse pernici. La risposta arrivò quasi subito. “Ci sto”. L’inizio di un idillio meraviglioso, corollato dal regalo made in Lavezzi. “Prendi pure la numero 7, io ritorno al 22”. Detto fatto, quello è diventato il numero, il simbolo, l’icona del Matador. Il resto è storia recente: la conquista della Champions, l’elezione a Tenore del tridente delle meraviglie della banda Mazzarri, il terzo posto al Mondiale in Sudafrica, le imprese d’Europa e quelle in campionato. La vittoria in Copa America, poi, dove però non recita un ruolo da protagonista assoluto a causa di un infortunio, anche se scende in campo nella finale con il Paraguay, nel secondo tempo. Il tutto nonostante polemiche che si erano levate tra la Federazione e De Laurentiis. “La voglia di esserci ha avuto il sopravvento”. Parola di Matador.

LA SUA NAPOLI
Edinson Cavani è un tipo schivo. Lo racconta così, chi lo conosce bene. Timido. Riservato. Molto religioso, di fede cristiana evangelica pentecostale, è uno degli Atleti di Cristo. All’arrivo all’ombra del Vesuvio, si è trasferito a Lucrino, in periferia. Poi, dopo un furto in casa, dove gli vennero trafugate soprattutto maglie da calcio e cimeli, si è trasferito in centro con la moglie, Maria Soledad, nella casa che fu di Albertino Bigon. Un amore che arriva da lontano, dall’Uruguay, dove i due si sono conosciuti, e che ha portato alla nascita del piccolo Bautista, che oggi ha un anno circa. Si conobbero a Salto, poi si ritrovarono anni dopo, a Montevideo, lui per sport, lei per studio. Da lì, il colpo di fulmine. Ama la pesca e la caccia, Edi, attività che pratica sempre quando rientra in Uruguay. E’ anche amante della fotografia, tanto che a Palermo lo ricordano in molti con una reflex in mano: coi primi soldi da bomber, si comprò una CanonE50, in terra natia. Niente vita mondana, però. Napoli s’interroga, lo cerca, lo bracca. Ma di lui, fuori dalla casa, nessuna traccia. Mura domestiche e campo da gioco. Preghiere, famiglia e gol. Eccolo, l’universo di Edinson Cavani. Che ha festeggiato il suo compleanno in un ristorante con gli amici di sempre, con Gargano e con Britos, uruguaiani come lui, con mogli e famiglie al seguito. Un attaccante nato, che concede sempre un sorriso ed un autografo ai tifosi, che ama la mozzarella di bufala, legge quotidiani sportivi, si concede soltanto qualche pranzo vicino a Castelvolturno. Un ragazzo semplice, con l’Italia nel sangue e l’Uruguay nel cuore.

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