Fede, famiglia e… Italia: la vita di Jobey Thomas

Fede, famiglia e… Italia: la vita di Jobey Thomas

giovedì 12 gennaio 2012
Il giocatore di basket americano nella sua nuova esperienza a Treviso

“Parlo italiano perché il vostro paese mi piace molto”. Un attestato di stima ed affetto quello di Jobey Thomas la trentenne guardia americana di basket che da qualche settimana è a Treviso per dare manforte alla squadra della Marca. Un personaggio anomalo Thomas, in Italia da nove anni ha cambiato diverse casacche ed ha sempre fatto bene, ma senza sfondare. Di certo ha sfondato nella vita, con una bellissima famiglia, con tre bambini presenti ad ogni partita, e forte nella sua fede di “Atleta di Cristo”. Thomas, reduce da un grosso infortunio, sta crescendo di partita in partita come ha dimostrato al Palaverde nell’atteso derby contro l’Umana Venezia perso sul fil di sirena 67-68: “Lo so che era una partita importante per i nostri tifosi ed abbiamo perso di un punto. E’ stato comunque bello giocare in quel clima e ringrazio i tifosi. Siamo una squadra che non molla e sono certo che alla fine questo pagherà”.

Diversamente da tanti tuoi colleghi americani, compreso Henry Williams tuo compaesano che ben ricordano a Treviso, hai imparato la lingua, perché?
Appena ho messo piede in Italia mi sono detto che per vivere bene in un posto bisogna almeno conoscere la lingua. Così mi sono messo a studiare. Non so se lo parlo bene o no, so comunque che le cose che mi interessano come la civiltà di un popolo, le leggo e le capisco.

Perché hai scelto proprio l’Italia?
Io come tutti i ragazzi americani sognavo di giocare nella Nba, ma questo non è stato possibile. Così mi è stato proposto di venire in Italia. Ho fatto uno stage ad Imola ma l’allenatore di allora, Vincenzo Esposito, non mi ha voluto. Allora sono andato in Portogallo, ma il campionato non era di buon livello. E’ stato comunque un anno importante perché mi ha fatto crescere attraverso le difficoltà. Sono ritornato in Italia, sempre a Imola (intanto era andato via Esposito) e lì ho cominciato a giocare e ad apprezzare il vostro paese.

Ma cosa ti piace di questo nostro paese?
Tante cose. La prima, sarà scontata ma è la verità, il cibo che a noi americani colpisce subito. Da un punto di vista sociale poi, la passione degli italiani, per lo sport, per la vita. Danno sempre il massimo ed io lo apprezzo molto.

Per te invece, la cosa più importante?
La fede in Gesù, fondamentale sia in campo quando gioco che fuori. Prima o poi il basket finisce e se non hai valori dentro di te è molto triste. E poi la fede ti aiuta molto nei momenti tristi. Contro Bologna ho giocato malissimo ad esempio, ma in settimana poi ho lavorato tantissimo per recuperare. La fede ti aiuta in questo, ti dà tranquillità ed è molto importante;

Dentro lo spogliatoio non dev’essere facile professare la propria fede?
Difficile? No, forse scomodo ma alla fine penso che anch’io posso dare il mio contributo. Certo, se un compagno mi chiede un consiglio io lo aiuto. Penso che tutti noi abbiamo un’anima e siamo a conoscenza che c’è un Dio che in caso di bisogno ci aiuta; basta chiederlo.

Mai avuto problemi in spogliatoio per il tuo modo di porti?
Tutti abbiamo avuto problemi; basta vedere la storia di Gesù… Poi si superano; basta che i miei compagni sappiano che se vogliono parlare, io sono a loro disposizione…

Tu hai tre bambini, tutti piccoli italiani?
No, no, tutti americani. A casa nostra parliamo sempre inglese. Ma è anche vero che quando ritorniamo in America la più grande che ha sette anni mi chiede sempre quando ritorniamo a casa, cioè in Italia. Sta capendo sempre più il lavoro strano che fa il suo papà…

Sei a Treviso, come ti sembra questo ambiente?
Sono qui da qualche settimana ed ho una casa in centro. Mi sembra super. Sia per vivere che come società di basket con una storia incredibile. Penso sia il miglior posto dove mi sia capitato di arrivare. Anche mia moglie è molto contenta.

Quindi, rimarrai?
Non dipende solo da me. Intanto spero di finire bene la stagione visto che sono reduce da un brutto infortunio. Poi mi piacerebbe prolungare il contratto anche per l’anno prossimo.

Hai trent’anni, dopo il basket cosa farai?
Mi piacerebbe fare l’allenatore perché il basket è la mia vita, ma non è facile. Mi piacerebbe anche diventare pastore della chiesa evangelica… Non lo so, ho ancora qualche anno per pensarci.

Intanto qual è il tuo augurio per il 2012?
Spero in tante belle vittorie da regalare ai tifosi della Benetton e poi di continuare con la passione per questo sport. A tutti auguro gioia e felicità.

Gabriele Zanchin
La Vita del Popolo