In ginocchio da Tim

In ginocchio da Tim

martedì 10 gennaio 2012
Infine è arrivato il verbo. “Tebowing” significa, dalla definizione dell’autore, «inginocchiarsi e iniziare a pregare, anche se quelli che sono intorno a te stanno facendo tutt’altro»; anche se poi c’è una plasticità, una geometria corporale, un certo modo di portare il pugno alla fronte e strizzare gli occhi, un particolare assetto della schiena che distingue chiaramente il “tebowing” da una qualsivoglia genuflessione. Jared Kleinstein, il tifoso dei Denver Broncos che ha inventato il genere, raccoglie sul suo sito le immagini di gente che fa “tebowing” in qualunque situazione, si va dal medico in sala operatoria al turista nel Machu Picchu. Un mucchio di idoli dello sport americano hanno iniziato a fare tebowing dopo una vittoria, da Dwight Howard degli Orlando Magic fino allo Yankee Mark Teixeira, passando per la sciatrice Linsday Vonn. In un’intervista, Kleinstein ha detto che le sarebbe piaciuto vedere Dianne Agron, l’attrice della serie tv Glee fare tebowing. E lei lo ha fatto. Qualcuno fa anche tebowing accanto a Tim Tebow, ovvero l’unico e insostituibile detentore del copyright dell’inginocchiata più famosa d’America.

Il quarterback quasi titolare di Denver s’inginocchia prima dell’inizio della partita, alla fine e spesso anche durante le fasi cruciali del match. Quando la sua squadra gioca in difesa e bisogna stringere i denti, ecco che lui si mette a bordo campo nella sua posa tipica. Qualcuno fa stretching, lui fa tebowing. Una volta avrebbe mostrato sotto gli occhi, in bianco luminescente sulla striscia nera, un riferimento biblico tipo Colossesi 3,15: «E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un sol corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti», ma poi la lega ha imposto la lapidaria “Tebow rule”: non scriverai messaggi sul volto all’infuori delle iniziali della tua squadra.

In America, a ben vedere, non si parla d’altro che di Tim Tebow. C’è Newt Gingrich, ci sono le primarie repubblicane, i soldati che si ritirano dall’Iraq, Occupy Wall Street, la crisi economica, c’è Chelsea Clinton in televisione, c’è la disoccupazione e c’è Saviano che fa le sue lezioni americane: ma la gente parla di Tebow. Non che gli americani svendano questioni serissime per un giocatore di football – non è nemmeno un fenomeno, a dirla tutta – ma Tebow ha grattato via qualcosa che si era sedimentato sul fondo dell’opinione comune, ha catalizzato energie e rivalità, diventando un simbolo che eccede di molto i pur ampi confini del suo corpo. Tim è un buon giocatore, ma è al secondo anno nei professionisti e in giro per la Nfl ce ne sono di molto più forti. Lancia discretamente, ma fa troppi errori; ha buona corsa, ma non fa miracoli; protegge bene la palla, ma non abbastanza. Eppure nessuno ha mai visto in pochi mesi una tale crescita del livello di adrenalina per un giocatore di football.

Uno spot pro-life al Super Bowl
Il fenomeno Tebow è nato con quei trenta secondi di pubblicità durante il Super Bowl del 2010, quando era ancora uno studente in forza ai Florida Gators. Per conto della mega associazione pro-famiglia Focus on the Family, Pam, la madre di Tim, raccontava brevemente della nascita travagliata del figlio, del fatto che secondo alcuni non sarebbe dovuto nascere affatto. I genitori di Tim erano missionari battisti nelle Filippine e durante la gravidanza lei ha contratto una grave infezione causata da un’ameba. La terapia per curare l’infezione avrebbe messo a serio rischio la salute della donna, dunque i medici consigliavano senza indugio l’aborto. Pam ha voluto portare avanti la gravidanza, e ora Tim – un metro e novantuno per centosette chili – scorrazza sui campi del Nfl come se nulla fosse. Al tempo dello spot, volutamente costruito con toni sobri e senza mai citare la parola “aborto”, si è scatenata una guerra dei mondi abbastanza prevedibile nell’infiammato clima americano su vita e questioni etiche, con alcune insubordinazioni agli ordini di scuderia: c’è stato chi ha ammesso che quei trenta secondi veicolavano un messaggio radicalmente pro-choice. Soltanto che la scelta fatta da Pam non era quella che solitamente è consigliata dalle associazioni che si proclamano in favore della scelta.

L’eccitazione mediatica è durata qualche settimana, poi Tim è stato selezionato dai Denver Broncos, una squadra che per gli atei di Denver è la cosa che più s’avvicina alla religione, e i suoi critici hanno detto che il giocatore che aveva fatto parlare di sé per ragioni che non c’entravano nulla con il football sarebbe presto finito nel dimenticatoio sportivo. Si sbagliavano. Tutto è successo alla quinta giornata di campionato, quando i Broncos ospitavano i San Diego Chargers. Nelle prime quattro partite erano stati sconfitti tre volte e il quarterback titolare, Kyle Orton, non infilava un passaggio sensato da mesi. John Fox, l’allenatore di Denver, ha buttato Tebow nella mischia per un misto di disperazione e scrupolo: l’opinione comune era che quell’idolo del football del college si sarebbe afflosciato presto fra i professionisti, avrebbe mostrato tutti i suoi limiti nel giro di un paio di azioni e sarebbe tornato nella mediocrità che sembrava competergli. Troppo macchinoso per quei ritmi di gioco, dicevano tutti. Ma almeno il coach non si sarebbe rimproverato di non averci provato. Contro i Chargers, Tebow ha condotto uno spettacolare tentativo di rimonta che per poco non li ha portati alla vittoria. È stato abbastanza per essere riconfermato titolare nella partita successiva, contro i Miami Dolphins, in quello che l’America celebra come il match divino che ha dato inizio all’alleanza soprannaturale dei Broncos. Con Tebow in campo, Denver ha vinto sei partite su sette e il quarterback è stato il protagonista di rimonte spettacolari, ribaltamenti dell’ultimo minuto e veri atti di fede. S’accorda bene con la personalità di Tebow il nome dell’azione più difficile – e in un certo senso disperata – del football, l’“hail Mary”, l’ave Maria, il passaggio che si prova soltanto quando tutto il resto è stato tentato invano.

Quell’alone mistico di invincibilità
La cifra sportiva del quarterback non è la perfezione: sbaglia ancora, Tebow, e nessuno sugli spalti pretende che smetta di farlo, ma quando è in campo sembra che un alone mistico d’invincibilità si depositi sull’intera squadra e ci si aspetta da un momento all’altro che dalle schiene dei giocatori spuntino ali e nelle loro mani compaiano spade di fuoco. Sul Denver Post, Mark Kiszla ha scritto che «Tim Tebow è riuscito a far credere ai Broncos di non essere più in grado di perdere. La magia di Tebow è più grande del football e diventa più grande dopo ogni miracolo dell’ultimo minuto. La logica non può spiegare ad esempio la vittoria nei tempi supplementari contro Chicago, a meno che non si ammetta che i Broncos hanno giocato come se fossero predestinati alla vittoria». C’è in questa rappresentazione lo spirito incontrato in migliaia di film americani sullo sport: la squadretta di provincia che arriva ai campionati nazionali, l’allenatore-padre, il campetto di cemento, la nazionale degli sbarbati che batte l’Unione Sovietica, il capitano che trascina un team scalcinato in un’impresa impossibile, condita da galloni di amicizia e buoni sentimenti. Di diverso qui c’è però l’elemento non secondario della fede.

Il fervore religioso di un ragazzo di 24 anni che inizia le interviste del dopo partita ringraziando innanzitutto «nostro Signore Gesù Cristo» non è affatto una novità per gli sportivi americani. Le leghe professionistiche pullulano di giocatori che attribuiscono al potere divino la loro capacità di fare trenta punti o tre home run a partita, e finché continuano a farli il pubblico s’interessa soltanto lateralmente delle loro intime convinzioni: per quanto li riguarda potrebbero avere anche il diavolo dalla loro parte, l’importante è avere un punto più degli altri al fischio finale. Per Tebow è diverso. Lui dice che il football non ingombra l’intero campo dei suoi interessi, non è la sua ragione di vita, espone pubblicamente la sua fede come un fatto socialmente rilevante, fa spot pro-life, s’inginocchia in mezzo al campo, ammette che aspetterà il matrimonio per andare a letto con qualcuno, insomma scrosta la patina di intimismo religioso che l’America tollera per il semplice fatto che non lede l’altrui opinione. Qualcuno dice che il segreto della sua freddezza sul campo, caratteristica che spesso può colmare lacune qualitative, discende da una visione della vita in cui il football è solo una piccola parte delle cose visibili. Quelle importanti, come dice lui, sono «quelle trascendenti».

In un libro del 2006 Michael Lewis teorizzava che i campioni sportivi moderni più talentuosi sono afflitti da una medesima sindrome, quella dell’insicurezza caratteriale. Hanno qualità da vendere, ma quando arrivano il successo e la pressione non hanno appigli adeguati per reggere e capita che finiscano malamente nell’oblio. Com’è successo a Tiger Woods, ad esempio. I giornali, i commentatori, le televisioni, i predicatori, gli analisti sportivi si sono dovuti confrontare con un fenomeno che ha travalicato ogni categoria di religiosità sportiva ed è diventato un fatto culturale. Proclamandolo il “quarterback di Dio”, il Wall Street Journal ha scritto che «nel caso di Tebow, quello che sembra dare energia ai suoi sostenitori – e che fa impazzire i suoi critici – non è tanto la sua fede evangelica in sé, ma la generosità e il senso di giustizia che la sua fede gli ispira». L’opinionista del New York Times Frank Bruni, sempre ansioso di ridurre ogni cosa a categorie che padroneggia, ha parlato di una “religione dell’ottimismo”: «Tebow è spinto dalla sua fede e trasmette questa convinzione anche ai compagni. Non c’è bisogno di essere evangelici, né di essere persone religiose e nemmeno di essere un fan del football per essere illuminati dal suo esempio».

Qualcosa di contagioso
Tebow come epigono di un umanesimo postmoderno potrebbe essere la traccia per una tesi di laurea in qualche università liberal, ma non c’è dubbio che la trasfigurazione del ragazzone nato nelle Filippine porti il marchio della fede, e per questo l’America non riesce a smettere di parlare di questo ragazzo dalla faccia pulita che esibisce un elemento contagioso. Nel suo libro autobiografico, Through My Eyes, racconta che quando nel 2007 ha vinto il trofeo Heisman, una specie di pallone d’oro dei giocatori del college, voleva usare i soldi del premio e la sua notorietà per raccogliere fondi a favore dell’orfanotrofio gestito dai suoi genitori. Ma l’associazione degli atleti del college gli impediva per regolamento di raccogliere soldi per cause “personali”, quindi s’è ingegnato con l’aiuto dell’università per trovare un modo legale di veicolare quel denaro nei progetti missionari che gli stavano a cuore. Non solo ce l’ha fatta e ha raggranellato un mucchio di soldi, ma per la prima volta nella storia del campus fare volontariato per associazioni evangeliche è diventata una cosa cool. L’anno precedente aveva organizzato il tradizionale torneo femminile di football di fine anno, aiutato dalle confraternite, per devolvere il ricavato di pubblico e iscrizioni all’opera di carità della famiglia. Ricavo: 340 mila dollari.

Tim Tebow è quello che negli Stati Uniti chiamano un “game changer”, uno che cambia le regole del gioco, sovverte gli schemi consolidati e definisce nuovi standard. Sul campo ci sono ancora migliaia di passaggi da fare e yard da percorrere per dimostrare qualcosa di stabile, ma nella cultura sportiva (e nella cultura tout court) Tebow ha aperto uno strano squarcio che il paese guarda incuriosito. Chi sarà mai quel gigante buono che trascina dietro di sé passioni e immaginazioni dell’America? Chi è l’evangelico che esibisce la sua fede senza trasmettere contestualmente un senso di noia mortale? Nell’attesa di una risposta, l’America si inginocchia al cospetto di Tim Tebow. Anzi, fa tebowing.

Articolo apparso sul numero 51 di Tempi