L’Incontro a Milano: Il Derby della Bibbia

L’Incontro a Milano: Il Derby della Bibbia

martedì 7 aprile 2015
zoom

I due brasiliani protagonisti dell’incontro pasquale a Milano. Il difensore della Roma: “Un medico mi ha detto che non avrei più giocato a calcio”. Il laziale: “Distrutto per mio padre”

Sorride e guarda il giovane connazionale Leandro Castan, quando gli si chiede se qualcuno dei compagni della Roma sembra interessato a seguirlo negli Atleti di Cristo. “Per ora mi riunisco per pregare con lui, fuori siamo come fratelli. Ma appena ci ritroveremo in campo, subito una botta al ginocchio, e subito: ‘Scusami’”. L’altro è Felipe Anderson, che ha passato con lui, e un’altra trentina di sportivi e calciatori – da Hernanes al brasiliano Gabriel, che dopo una stagione deludente al Milan sta trascinando il Carpi in Serie A, fino a giocatori dilettanti – il giorno di Pasqua nella sala conferenze di un hotel milanese. Ma le stelle sono i due brasiliani di Roma, l’uomo che non può giocare da mesi e il ragazzo diventato forse il giocatore più decisivo del campionato. Due storie non facili, raccontate col sorriso, microfono in mano, davanti a tutti, con Nicola Legrottaglie a fare gli onori di casa, e accompagnamento musicale quando richiesto.

CASTAN E ANDERSON — “Tutto è partito da quei giramenti di testa, ci sono voluti due mesi per capire cosa avevo, girando specialisti su specialisti, che per fortuna hanno scartato le cose più brutte. Anche se quando ho preso una brutta influenza, che mi ha fatto perdere 15 chili di peso, la paura mi era presa, di avere qualcosa di più grave di quello che effettivamente era”, racconta Castan. Non era una cosa da poco, però, anche se nulla di irreparabile: una “alterazione congenita vascolare nel peduncolo cerebellare medio posteriore sinistro, conosciuto con il nome di cavernoma”. Per tornare a sperare di giocare a calcio, serviva un’operazione al cervello. “Quando ho saputo cosa avevo, e cosa rischiavo, ho avuto tre giorni di buio. Un medico mi aveva detto che non avrei più potuto giocare al calcio, e l’operazione mi faceva paura. Alle fine ho deciso per la mia famiglia”. E con l’aiuto di Dio.

“Ogni mese ci incontriamo con 30-40 fratelli a Roma, tra cui Felipe Anderson”. Anche il laziale ha incontrato diversi ostacoli sul suo percorso. Prima la difficoltà ad ambientarsi in Italia, poi quando le cose stavano cominciando ad andare bene, l’arresto del padre con l’accusa di duplice omicidio dopo una folle corsa in auto. “Mi sono trovato in casa da solo a piangere. Dovevo giocare due partite importanti, ma volevo vedere mio papà. Poi mi sono anche fatto male. Mi chiedevo perché mi stesse succedendo questo, finché ho aperto la Bibbia, pregato e capito. Sono volato in Brasile, mio padre e mia sorella, che non erano credenti, hanno deciso di battezzarsi». Tornato in Italia, ha ricominciato a fare il fenomeno. Per aspera ad astra, direbbe Lotito. Intanto Anderson sta trascinando la sua Lazio nella rincorsa alla Roma e al secondo posto. “Io ci credo”. E non è solo questione di fede.

Marco Guidi
La Gazzetta dello Sport