Meteore – Che fine ha fatto… Ilyas Zeytulaev?

Meteore – Che fine ha fatto… Ilyas Zeytulaev?

giovedì 21 gennaio 2016
L’uzbeko che sognava la Serie A e invece è diventato felice...

Non tutte le favole hanno un lieto fine. Più spesso la vita ti dà una possibilità, il treno che passa una volta sola, e tu non la sfrutti: ai più fortunati passa due volte, chi è bravo ne approfitta e ci sale, chi invece si è rassegnato rimane a terra e prosegue a piedi. Chi però non ha rimpianti cammina con il sorriso. Angren è probabilmente la città meno affascinante del mondo: fondata nel 1946 su un giacimento di carbone, è l’insediamento-tipo dell’Urss postbellica, con la sua totale assenza di storia, tradizione e cultura, una voragine circondata da miniere e squallidi palazzi di cemento.

Ilyas Zeytulaev è probabilmente il più illustre personaggio a cui la ridente Angren ha dato i natali: nel 1984, figlio di un ex giocatore e allenatore della squadra giovanile della città. Siamo sul finire della Guerra Fredda e Chernenko, dopo appena un anno alla guida dell’URSS, muore passando la palla a Gorbacev, per il canto del cigno di questo gigante dai piedi d’argilla. Gli Usa chiamano il riarmo, l’ennesima corsa agli armamenti, i sovietici provano a stare al passo della parità strategica ma cascano nel bluff clamoroso a stelle e strisce: l’economia è a terra, la popolazione fa la fame e l’URSS si scioglie come neve al sole. Non c’è molto altro da fare, se non cominciare a giocare a pallone: “è grazie a mio padre che nasce la passione per il calcio: lui allenava la formazione giovanile della squadra della mia città, che ai tempi faceva la seconda divisione. Dall’età di cinque anni accompagnavo mio padre alle partite e per me fu subito naturale respirare l’aria di questo sport”, spiega Zeytulaev. A tredici anni è arrivato il momento di coltivare il sogno di diventare calciatore: biglietto per Mosca, con l’umiltà di chi sa che nulla è dovuto a questo mondo. “Avevo tredici anni quando partii per Mosca per seguire la scuola calcio. Feci due anni lontano da casa, ero solo un ragazzo ma la distanza non mi pesava: fare il calciatore era tutto ciò che sognavo e mi sono sempre ritenuto fortunato”.

Il destino premia i talentuosi e i fortunati, ma va saputo anche maneggiare, curare e accarezzare. I due anni a Mosca attirano l’attenzione della Juventus, la super corazzata pre-calciopoli, che alle soglie del nuovo millennio offre un provino all’uzbeko e al biondissimo Budyanskiy, con il quale condividerà anche l’esperienza alla Reggina. Zeytulaev è un esterno sinistro, piace, ha fame, umiltà e voglia di arrivare dal freddo e brullo Uzbekistan ai palcoscenici della Serie A, che in quel momento giganteggiava tra le competizioni europee per importanza, fascino e grandi campioni. La Juventus lo prende e per tre stagioni cresce all’ombra benefica della Mole, che ha forgiato leggende i cui nomi è inutile pronunciare in queste poche righe. Nel caldo abbraccio di Torino, fertile terra di sogni a forma di pallone, Zeytulaev incontra Tomas Guzman (ex Siena, Spezia e Crotone, tra le altre) e sente da lui parlare di “Vangelo”, una parola che in Uzbekistan spesso è associata al termine “persecuzione”.

Per adesso non ci fa caso il giovane uzbeko, ma comincia a sentire un vuoto dentro, qualcosa che il pallone non riesce a riempire: è l’inizio della conversione che lo porterà, a 26 anni, a sposare il movimento degli Atleti di Cristo. Il calcio invece procede piuttosto bene: nella stagione 2001/2002 Zeytulaev si presenta come un diamante nel deserto calcistico uzbeko, qualcosa di più unico che raro, guadagnandosi ventisei giri d’orologio in due presenze in Coppa Italia. Gli anni sono appena diciassette e il futuro sembra dalla sua parte. Segna a raffica in Nazionale U20, con 11 centri in ventincinque presenze. Sembra un sogno: dalla fredda Angren al Bel Paese, che in quanto a calcio non è secondo a nessuno.

Il tempo di stropicciarsi gli occhi, però, e tutto si dilegua, un po’ come quell’Urss che tanto si era illusa di poter stare al passo dell’occidente mentre affamava decine di milioni di persone: Zeytulaev è così, fuori scintilla, dentro è vuoto. Nei successivi quattro anni scende in campo zero volte con la maglia bianconera, davanti c’è un Pallone d’Oro, si chiama Pavel Nedved e ha la residenza sulla fascia sinistra del “Delle Alpi” di Torino. Nel 2005 l’esterno mancino chiude la sua esperienza in bianconero: più una storia da raccontare ai nipotini che qualcosa da imprimere su un almanacco.

Da lì comincia il valzer: Serie A, con la Reggina, appena tre presenze, Serie B con il Crotone, 3 centri in tredici apparizioni, al Genoa, sempre in cadetteria, ce lo ricordiamo per quattro cartellini gialli in quattordici partite. Il bottino magrissimo anche a Vicenza fa pensare che per la stella uzbeka sia arrivato il momento di abbassare l’asticella: la Serie C diventa realtà, la discesa si arresta con un tonfo sordo. A Pescara trova la sua dimensione e in Abruzzo scrive il suo piccolo pezzo di storia, ancora troppo piccolo per rimanere impresso in qualcosa di più che nella memoria di qualche decina di tifosi pescaresi: 28 partite, sette centri e una doppietta alla Juve Stabia che forse rappresenta il momento più luccicante di una carriera cominciata sotto auspici ben diversi.

Sempre con il sorriso, sempre con l’umiltà di chi non fa un dramma accettare di non poter stare a certi livelli. La Virtus Lanciano lo cerca in estate e, ancora in Abruzzo, trova una piccola oasi di pace. Quattro stagioni con i rossoneri, una sola rete ma forse anche il più grande risultato della sua carriera: la promozione in Serie B, la risalita dal fondo. Ma a Zeytulaev non interessa più, lui è soddisfatto, la fede provvede a tutto ciò in cui non è riuscito il calcio. “Ogni paura è scomparsa, ogni vanità non è più motivo di turbamento per me. Ora so davvero qual è la mia direzione in questa vita, tutta la mia esistenza ha un senso profondo e ho nel cuore una pace che nessuno mi può più togliere”. Una comparsata in serie B croata con il Gorica, poi il nulla: e chi siamo noi per giudicare un uomo che ha trovato la propria felicità? Nessuno, non possiamo che gioirne con lui: questa era la storia di Ilyas Zeytulaev, esterno sinistro che dal freddo Uzbekistan è venuto in Italia e ha scoperto il concetto di serendipità: cercare qualcosa e trovarne casualmente una migliore. Voleva diventare un campione, invece è diventato felice.

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